La comunità lampedusana

“Nessuno di noi può dire di essere nato a Lampedusa” dichiara Nino Taranto, architetto e fondatore dell’Archivio Storico “Solo qualche immigrata partorisce qui”. E’ tutta in questa frase la sintesi su cosa sia oggi la comunità lampedusana. Punto strategico nel Mediterraneo, prima di essere un luogo incantevole, Lampedusa è l’isola degli sbarchi, i primi sono datati 1990, e l’isola dei militari, circa 800 per una popolazione di 6000 abitanti. Sono loro la principale fonte di reddito degli albergatori dell’isola. Una presenza costante, che non segue i ritmi delle stagioni e paga bene, tutto l’anno. Primo approdo in Europa ed eccellente punto di avvistamento, Lampedusa sembra avere un destino segnato: essere governata dall’ “esterno”, utile proprio per essere in quel punto preciso di un mare conteso tra Europa e le zone calde del Nord Africa. La percezione è che Lampedusa sia diventata altro dai lampedusani perché a nessuno sembra interessare la realtà quotidiana dell’isola. Esiste però una comunità che ogni giorno si confronta con i pregi e i difetti di essere situata lontana dal continente, dove in ogni angolo, basta girare lo sguardo si vede il mare. Quel mare intorno al quale ruotano i destini dell’isola e di chi vi arriva.

I seimila abitanti stimati nascono e crescono sapendo di dover economizzare per coprire le emergenze sanitarie perché il presidio locale non può garantire tutti i servizi e le gravidanze tra questi, per cui nessun lampedusano ha scritto sul proprio certificato di nascita di essere nato qui. La presenza massiccia di militari ha modificato in parte l’economia ma non ha migliorato di fatto la qualità della vita dei cittadini, anzi. Il collettivo Askavusa da anni denuncia la presenza massiccia di radar, ripetitori, alcuni situati troppo vicini al centro abitato e si sta studiando un particolare tumore alla tiroide negli uomini, strana coincidenza per una zona incontaminata come quest’isola in mezzo al mare. Recentemente si è costituito un Comitato per la salute pubblica e per l’ambiente che monitora l’inquinamento elettromagnetico e da amianto. La comunità di Lampedusa, intesa come insieme di persone unite da rapporti sociali, interessi e consuetudini comuni sembra eterogenea: per sei mesi l’anno è assediata da turisti di tutto il mondo e gli sbarchi, anche se in netta diminuizione negli ultimi due anni, l’hanno resa in continua emergenza.

Nell’ hot spot sovraffollato i migranti accolti sono di fatto reclusi e possono uscire, attraverso un buco nella rete, solo da ottobre a maggio: vanno al mare per lavarsi oppure all’ Archivio Storico di Nino Taranto dove si collegano ad internet, fanno lezioni di italiano. Nato da un’iniziativa privata, l’Archivio Storico oltre ad essere una miniera inesauribile di informazioni sulla storia dell’isola, svolge un servizio di supporto concreto all’accoglienza dei migranti, costretti anche per lunghi periodi a vivere segregati. Anche i giovani residenti però non hanno molti punti aggregativi, non ci sono palestre o teatri e il fenomeno della diffusione della droga è una minaccia concreta. Fare comunità non è semplice in questo contesto. Nonostante le premesse però qualcosa sta lentamente cambiando.

La biblioteca dei bambini di Lampedusa, inaugurata nel 2016 da Don Ciotti è finalmente attiva e due volte a settimana organizza dei doposcuola per i bambini delle elementari. Fortemente voluta dalle maestre e dai bambini e per anni dimenticata dalle istituzioni, oggi è un punto di incontro e riferimento importante : sono circa 50 i volontari che ruotano intorno a questa gestione e hanno raggiunto 1440 prestiti nei soli primi due anni di apertura. In quest’ isola famosa per le sue spiagge meravigliose e per un mare spettacolare, il forte vento e il disboscamento massiccio di un passato non troppo remoto, hanno spogliato l’isola rendendola di fatto priva di vegetazione d’alto fusto ma oggi l’associazione Lampedusa Resiste si è costituita per svolgere un’azione di monitoraggio ambientale e sta portando avanti un progetto di piantonamento di alberi e piante a cui anche l’amministrazione comunale sembra rispondere: nel dicembre 2018 è stata lanciata infatti l’iniziativa “un albero per ogni abitante”, iniziando un rimboschimento di cento alberi nell’area di “ponente”, dall’Albero del Sole fino al Muro Vecchio, con l’obiettivo è ripristinare la vegetazione che molti anni fa era parte integrante del contesto naturale dell’isola.

Chi arriva a Lampedusa non può mancare una sosta a Porto M. “Non un museo” ribadiscono gli attivisti di Askavusa che l’hanno realizzato, “un luogo di memoria” ma anche di incontro. La mostra permanente di oggetti sospesi, abiti, scarpe, salvagenti, pacchetti di sigarette e bottiglie d’acqua è un’esposizione drammatica di una realtà che bisogna vedere, toccare con mano per capirla. Anche questo significa essere lampedusano: una vita di incontri drammatici, emergenze, dolore. Frequentatissimo dalle scuole di tutta Italia, Porto M per lungo tempo non è stato però un punto di aggregazione locale. Non è facile del resto ricostruire una comunità sconvolta dagli eventi, gli sbarchi, i soccorsi e una notorietà mai cercata e mal digerita da tutti: “Cosa abbiamo fatto di straordinario? Abbiamo soccorso chi aveva bisogno, abbiamo fatto quello che chiunque avrebbe fatto al nostro posto” dichiaravano i lampedusani quando i giornali di tutto il mondo parlavano del loro coraggio.

Per “rifare comunità” in questo contesto bisogna andare oltre e rileggere la storia. Un’intuizione di Giacomo Sferlazzo, cantautore e attivista di Askavusa che ha iniziato un’operazione di recupero dei pupi del “Conte”, un puparo isolano così ribattezzato per la sua passione verso il teatro dei pupi e le avventure del Conte Orlando di Ludovico Ariosto grazie alla collaborazione con il Teatro Opera dei Pupi di Palermo e ad Enzo Mancuso . Un’arte di intrattenimento antica e tipica, quella dei pupari siciliani e ora rivive a Lampedusa, là dove Ariosto ambientò l’epica battaglia dei “tre contro tre” e da cui prendono il nome due località dell’isola: l’Area Rossa e Cavallo Bianco. La prima originata dal sangue che nell’epico poema cavalleresco i paladini riversavano in terra dopo una violenta battaglia; la seconda è la spianata dell’isola in cui il cavallo bianco del Conte Orlando fuggì e nella quale si chiude il capitolo pelagico. Attraverso il recupero di questa antichissima arte, le porte di Porto M hanno accolto anche tanti lampedusani e finalmente la piccola isola nel Mediterraneo, lontana dai riflettori, ha iniziato a ritrovarsi.

A Riace il vento soffia a favore!

Il nove febbraio di un anno fa, padre Alex Zanotelli così scriveva su Nigrizia a proposito di Riace e di Domenico Lucano:

“È inconcepibile che un uomo che ha fatto del bene sia stato trattato in questo modo e la sua opera devastata. In questi mesi molti migranti se ne sono andati da Riace – dei trecento che erano ne sono rimasti una sessantina – e l’opera di accoglienza e di integrazione, che è stata e che può tornare a essere un esempio per tante realtà italiane, è stata di fatto smantellata. Tuttavia è accaduto che molte realtà e associazioni, in giro per l’Italia, non si sono arrese a questa situazione e stanno provando a fare ripartire l’esperienza che è antitetica alle scelte che la politica italiana sta facendo. Così è stato messo a punto il progetto di far nascere una Fondazione di Partecipazione che avrà nome “È stato il vento” (una frase che Mimmo Lucano spesso usa, per ricordare che è stato il vento a portare, anni fa, la cinquantina di curdi sulle spiagge di Riace e da lì è nato tutto), che ha appunto l’obiettivo di riprendere i progetti di Riace.” Ad un anno da questa pubblicazione e con alle spalle tanti eventi dolorosi per questa cittadina della Locride, diventata il simbolo di un’umanità calpestata, possiamo finalmente dire che il vento sta veramente cambiando.

Il 7 febbraio è stato un giorno di festa per Riace e per tutti coloro i quali hanno sostenuto il suo modello di accoglienza solidale. Si è infatti festeggiata la riapertura dell’ ambulatorio medico gratuito chiuso dall’ attuale amministrazione filo leghista del sindaco Trifoli (su cui ricordiamo pende un’accusa di ineleggibilità) nel mese di novembre 2019. L’ambulatorio era nato nel 2017 grazie al sostegno dell’associazione Jimuel-Onlus e allo Studio radiologico di Siderno in collaborazione con il comune di Riace. Vi lavoravano medici volontari che curavano gratuitamente i cittadini di Riace, i migranti ma anche gli abitanti dei comuni limitrofi come Camini, Stignano, Monasterace. Due anni di lavoro intenso svolto in un’area fortemente carente di strutture sanitarie, in dei locali messi a disposizione dall’amministrazione Lucano all’interno dell’edificio comunale e che ora la giunta Trifoli aveva sfrattato per lasciarli poi inutilizzati. Un ambulatorio che offriva servizi di medicina di base, pediatria, ginecologia e diverse altre consulenze specialistiche attraverso una rete di collegamenti altamente professionali offerti sempre dall’associazione Jmuel. Ora grazie a Città Futura, l’associazione che a Riace ha avviato i progetti d’ accoglienza, alla determinazione di Domenico Lucano che nonostante l’accanimento giudiziario nei suoi confronti non ha mai smesso di difendere i suoi principi, alla generosità dell’associazione Jmuel e del dottor De Napoli e ovviamente al sostegno della fondazione E’ stato il vento e di tutti quei tanti, tantissimi che vi hanno creduto, si è alzata la serranda del nuovo ambulatorio, segnando simbolicamente l’inizio di una rinascita. Da quando padre Alex Zanotelli nel 2019 descriveva la situazione a Riace è passato soltanto un anno. Eppure, nonostante il vento contrario, è nata una fondazione che ha permesso l’apertura dei laboratori artigianali, di un frantoio di comunità che ha prodotto un olio di altissima qualità apprezzato anche all’estero e che ha permesso l’assunzione di riacesi e migranti residenti, ed ora, con la riapertura dell’ambulatorio ha restituito un servizio indispensabile a tutta la cittadinanza. Un miracolo realizzato grazie alla tenacia di tutti, senza fondi pubblici, a dimostrazione che la furia distruttiva di questa onda nera di odio si può fermare. Siamo all’inizio, c’è ancora tanto da fare e bisogna comprare nuove attrezzature, garantire continuità ai servizi. La raccolta fondi aperta dalla fondazione E’ stato il vento continua così come la speranza di rinascita di questa comunità pacifica, multietnica ed accogliente.

Per contribuire:

https://www.gofundme.com/f/riace-riparte-sostieni-lambulatorio?fbclid=IwAR1Mh4iiWAqCz6i8TOzByP0Tmip1GCif_1NIH_5lczAdvMoI7Uqd4UTBKzY

La magia del caffè

Alla generale e diffusa sensazione di insicurezza sul futuro, tipica delle grandi crisi sociali, le persone spesso trovano il modo di reagire grazie alla solidarietà reciproca. Si sviluppano così, spontaneamente, azioni di mutuo aiuto che come per magia, si diffondono a macchia d’olio e delineano città e paesi accoglienti, lontani dalla narrazione di rifiuto ed emarginazione del “diverso” sia esso migrante, disagiato o povero: occhi che sanno vedere e sanno comprendere, azioni che racchiudono solidarietà e rispetto della dignità di ognuno.

Un’usanza antica che inizia durante seconda Guerra Mondiale, uno dei momenti più bui della nostra storia recente, era quella di pagare due tazze di caffè invece di una: una era per sé, ed una per chi non poteva permetterselo. Scrive Luciano De Crescenzo, nel libro Il caffè sospeso: “Quando qualcuno è felice a Napoli, paga due caffè: uno per sé stesso, ed un altro per qualcuno altro. È come offrire un caffè al resto del mondo”. Un piccolo gesto (quanto costa un caffè?) offerto all’umanità. Lo sapeva bene anche Totò, che nonostante si dica fosse poco generoso, non rinunciava mai a lasciare almeno dieci caffè pagati ogni giorno in diversi bar di Napoli.

Nel 2010 nasce, su iniziativa di Rete dei comuni solidali (Recosol) e Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), la Rete del caffè sospeso che promuove eventi culturali sull’accoglienza e il recupero della memoria storica e il caffè diviene il simbolo di un mutuo sostegno tra le varie organizzazioni culturali sparse sul territorio e l’emblema di un nuovo ponte di cooperazione.

Un gruppo di sette festival di cinema e cultura italiani offre spazi culturali liberi, articolati, come si può offrire un caffè a uno sconosciuto, lavorando in rete, distribuendo informazioni e testimonianze nei punti più remoti, con uno spirito di solidarietà che ricorda quello appunto del “caffè sospeso”. Questa rete è rivolta in particolare a quegli eventi culturali che riguardano principalmente l’incontro con l’Altro, l’accoglienza, l’immigrazione, le buone pratiche, temi ambientali, i temi sociali, recupero della memoria storica. Ad oggi hanno aderito alla Rete del Caffè sospeso: Festival del Cinema dei diritti umani, Lampedusa in Festival, Riace in Festival, Film Festival sul Paesaggio, Marina Café Noir, S/paesati e Valsusa filmfest.

Intanto si diffonde ovunque, con modalità diverse ma sicuramente affini, la consuetudine del “sospeso”: nel 2018 non una, ma settemila tazzine sono state offerte da settanta bar milanesi celebrando così quel piacere della condivisione e della solidarietà da sempre legati alla cultura del caffè. Ma si va oltre: i gestori del cinema Beltrade a Milano, hanno lanciato nell’estate del 2018 durante la settimana dell’arte, il “karmaticket” che ha permesso agli studenti della Rete Scuole Senza Permesso o a ospiti dei centri di accoglienza del quartiere di andare al cinema gratis. Funzionava così: si comprava un biglietto e se ne acquistava uno a prezzo ridotto anche per chi non poteva permetterselo.

Lucio Dalla, nel 2012, portava la pratica del Caffè sospeso a Bologna e ad accogliere l’idea fu il Caffè Accademia di via Guerrazzi, locale che il cantautore frequentava abitualmente. Da allora, a causa della crisi, si sono moltiplicate le iniziative solidali e oggi, insieme alla sciarpa sospesa, lasciata per i senza dimora, troviamo a Bologna anche il panino sospeso. L’idea è piaciuta subito e una fornaia di Prato, Cecilia Ricciarelli, la propone nel suo negozio, il “Panificio da Sara”: chiunque voglia può lasciare un’offerta alla cassa e il valore dell’offerta si tramuta in uno scontrino che viene esposto ben visibile su una lavagnetta nera dove le persone bisognose possono usarlo per acquistare il proprio panino. Da quando è stata lanciata l’iniziativa, c’è sempre qualche scontrino appeso che si trasforma poi in panini imbottiti. Anche il Comune di Prato ha sposato l’idea e ha proposto di estendere l’iniziativa anche a farmacie e altri esercizi commerciali. L’idea è virale e oggi si stanno moltiplicando le segnalazioni di “sospesi”.

Dal “Giocattolo Sospeso” di Napoli, giunto ormai alla quarta edizione, ai Fratelli della Stazione a Foggia che lanciano “La Scarpa Sospesa” per aiutare gli ospiti del dormitorio della Parrocchia di Sant’Alfonso. Ma oltre al caffè, a farla da leone sono stati senz’altro i libri grazie alla campagna “Lascia anche tu un libro in sospeso” lanciata da Feltrinelli nel 2014. L’iniziativa, che riprendeva quanto ideato dalla libreria Modus Vivendi di Palermo nel 2010 e successivamente dagli scaffali di Il mio Libro di Milano, permetteva infatti di regalare un libro a chiunque non potesse permetterselo.

L’elenco degli atti di gentilezza si allunga di giorno in giorno, le iniziative si moltiplicano insieme alla creatività di chi le propone. Il “gelato sospeso” di Salvamamme a Roma, il “Pasto Sospeso” promosso dalla Fondazione Erri De Luca, con l’obiettivo di offrire uno o più pasti ai migranti ospitati da BaobabExperience e a quanti vivono in condizioni di disagio e povertà. La miccia che ha generato tutte queste numerose azioni di reazioni sociali è sempre il dono di un semplice caffè perché in fondo, donare un caffè è un gesto rivoluzionario. Come recita un antico proverbio cinese: “Il sorriso dura un istante. Il suo ricordo può durare tutta la vita”.

Riace fa paura

Era il primo luglio 2017. Già dalle prime ore della mattina tutto il borgo di Riace era in fermento. Da oltre un mese il paese era coinvolto nella produzione della fiction Tutto il mondo è paese, fortemente voluta da Beppe Fiorello per documentare la storia di un borgo e del suo sindaco Domenico Lucano, rinato grazie all’accoglienza. Un lavoro meticoloso di ricostruzione storica aveva riportato il borgo indietro di cinquant’anni, ricostruito facciate, angoli, vicoli. Gli abitanti del borgo avevano partecipato con entusiasmo, c’era allegria, stanchezza, curiosità. Quel giorno però sapevamo che sarebbero arrivati i militanti di Forza Nuova da tutta la Calabria per dimostrare contro Domenico Lucano, contro la sua politica pro migranti. Si parlava di diversi pullman, si respirava un’aria pesante anche perché la Questura aveva dato parere negativo alla contromanifestazione proposta dalle associazioni che operavano con i migranti. Ci sentivamo impotenti, obbligati a subire un’invasione senza diritto di replica. Man mano che arrivavano le camionette delle celere, blindati della polizia, digos l’ansia cresceva. Alle 11 la piazza del comune era già piena di poliziotti e noi eravamo seduti tutti insieme nel bar di Alessio da dove potevamo assistere a quanto stava succedendo, molti amici erano accorsi per darci conforto, tra cui Mario Congiusta che da lì a poco ci lascerà per sempre, altri lontani erano continuamente in contatto. Domenico Lucano non c’era, era volato in Argentina su invito della comunità italiana per raccontare l’esperienza di Riace e noi cercavamo di capire, insieme al vice sindaco Giuseppe Gervasi, quale fosse la strategia da seguire. La situazione non era piacevole e lo spiegamento di forze ne rimarcava la possibile gravità. Certamente non era un caso che avessero deciso di venire proprio mentre Lucano era lontano… ancora non era iniziato tutto il suo calvario giudiziario ma da oltre un anno i finanziamenti della Prefettura e del Ministero erano immotivatamente bloccati e si cominciava a smagliare la struttura dell’accoglienza: fornitori in attesa di essere pagati, borse lavoro sospese, bollette da pagare… la fiction della Rai era stata accolta come un’occasione per rivitalizzare la comunità, riaccendere l’attenzione su questo esempio di vita comunitaria, quindi un segno di speranza. Alla fine arrivarono. Niente pullman, solo due monovolume con numero 14 persone! Facevano fatica persino a tenere insieme lo striscione di protesta. Una situazione surreale, tragicomica: la piazza strapiena di polizia, militari, telecamere e giornalisti per 14 persone. Giuseppe Gervasi ribadisce che Riace è il paese dell’accoglienza, li invita a parlare, li saluta e fine. Riavvolgono il loro striscione, risalgono in macchina e se ne vanno, tutto si svolge in meno di mezz’ora.

Mi è tornato in mente quest’episodio di tre anni fa in relazione alla visita a Riace di Matteo Salvini lo scorso 17 gennaio, in vista delle prossime elezioni regionali. Il contesto è ovviamente diverso, sono passati tre anni e sappiamo tutti com’è andata a finire l’accoglienza a Riace. Sono arrivati i decreti sicurezza che hanno di fatto smantellato l’accoglienza diffusa in tutta Italia, sappiamo che Domenico Lucano è sotto processo. Eppure, questa volta, come tre anni fa ci sono molte similitudini. Innanzi tutto era stato annunciato l’arrivo di Salvini nel borgo antico, nella piazza dei Bronzi che sarebbe la piazza del municipio, la stessa della manifestazione di Forza Nuova. All’ultimo momento c’era stato però un cambio di sede: l’evento si sarebbe svolto nella piazza antistante il passaggio a livello, alla Marina. Per chi non è mai stato a Riace, è utile sapere che Riace borgo, cuore dell’accoglienza dove il modello Lucano ha avuto massima espressione, dista ben 7 chilometri da Riace marina. Tra borgo e marina c’è sempre stata una forte distinzione: nel borgo, alle ultime elezioni comunali, la lista Il cielo sopra Riace della formazione di Lucano ha vinto. Antonio Trifoli, attuale sindaco eletto e poi ritenuto ineleggibile, ha vinto invece grazie al voto dei residenti alla marina. Salire al borgo era probabilmente troppo rischioso per il ritorno d’immagine del Capitano, sicuramente l’episodio di Forza Nuova non sarà passato inosservato. Si è deciso così per la Marina e come tre anni fa, le forze di polizia non sono mancate, si calcola fossero presenti circa cinquanta divise, e come allora anche molti, moltissimi giornalisti e sempre come allora veramente poca gente. Il sindaco (abusivo) di turno, Antonio Trifoli, tra frasi sgrammaticate, sorrisi di circostanza dichiara che voterà lega, Salvini replica che quando sarà primo ministro, chiuderà i porti. Fine della farsa, riparte il tour del Capitano, si smonta il palco mentre al borgo superiore, si canta e si balla. Le immagini, se messe a confronto, stridono: dal grigiore monocolore delle divise dei militari presenti al comizio alla Marina, all’arcobaleno sorridente dei bimbi al borgo, ai volti accigliati e carichi di odio dei Salvini boys, alle risa spontanea della gente e di Domenico Lucano che gioca con i bambini. La scuola nel borgo superiore è stata chiusa, l’accoglienza smantellata, la fiction che è costata 150 mila euro al giorno alla Rai ( e quindi a noi) mai andata in onda ma la speranza è ancora viva tra questa gente e Domenico Lucano lo sa, nonostante tutto.

La ruspa dell’accoglienza

La seconda parte del rapporto pubblicato da ActionAid e Openpolis dal titolo: “La sicurezza dell’esclusione” è un’impietosa analisi degli effetti dei decreti sicurezza nell’accoglienza in Italia. Nella prima parte si erano analizzate le ricadute interne dell’approvazione del decreto sicurezza, in particolare sulle conseguenze prodotte dall’abolizione della protezione umanitaria sulla crescita del numero degli irregolari. E’ bene ricordare che già con il decreto Minniti -Orlando era iniziato un cambio di prospettiva ma è con il primo governo Conte che questo disegno trova la sua strutturazione, stravolgendo tutto il sistema di accoglienza. Lo SPRAR (sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati) diventa SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati) ed esclude i richiedenti asilo, nonché i rimanenti titolari di protezione umanitaria.

Ora, dati alla mano, l’indagine si focalizza sul funzionamento della macchina dell’accoglienza che con i nuovi decreti, di fatto snatura il senso e il ruolo del sistema, trasformando i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) in luoghi di parcheggio, senza alcuna forma di integrazione. Al taglio dei servizi, previsto dal nuovo capitolato di gara, si associa una drastica riduzione degli importi messi a disposizione per la gestione dei centri: dalle 35 euro al giorno si passa a 21, rendendo così impossibile garantire, anche volendo, qualsiasi forma di supporto se non la semplice sussistenza. Sono stati tagliati fondi per gli insegnanti di italiano, gli psicologi, i consulenti legali e i mediatori, producendo oltre 5000 disoccupati e molti altri operatori ancora in bilico. I Cas sono diventati strutture dove i migranti devono attendere la decisione sulle richieste di asilo, trasformando di conseguenza gli operatori del Terzo settore a semplici controllori dei soggetti ‘accolti’, che non hanno alcuna speranza di potersi inserire nel tessuto sociale, studiare, trovare lavoro, curarsi. Inoltre, l’esclusione dall’iscrizione anagrafica li rende clandestini a vita. Per di più, tra i tre tipi di centro ora previsti (singole unità abitative, centri collettivi fino a 50 posti e centri fino a 300 posti) i tagli più consistenti riguardano quelli che prevedono l’accoglienza diffusa in piccoli appartamenti. Gli effetti sono immediati e devastanti: bandi che vanno deserti, piccole realtà locali simbolo di integrazione annientate, migranti costretti a trasferirsi in altre città o destinati all’ accattonaggio. Sulle ragioni del perché le realtà del Terzo settore hanno disertato largamente i bandi, Stefano Trovato , membro dell’esecutivo nazionale del CNCA, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza risponde così:

C’è una ragione di tipo economico, per cui i servizi che vengono richiesti, secondo la gran parte delle organizzazioni, non possono essere coperti da quel tipo di tariffa e ci sono ragioni di tipo ideale. Molta parte degli attori della cooperazione e dell’associazionismo, non si considerano soggetti che fanno “albergaggio”, non intendono cioè gestire strutture alberghiere. Si ritengono invece soggetti che svolgono un ruolo preciso nella società, che non è solo di tipo economico ma anche sussidiario rispetto ad alcuni servizi che lo stato dovrebbe offrire, fornendo prestazioni che si inseriscono all’interno di un percorso di emancipazione e di inserimento nel tessuto sociale.”

Prefetture nel caos quindi che si vedono costrette a riproporre i bandi per l’assegnazione dei posti oppure a ridurre i posti a disposizione. Si naviga a vista, senza programmazione e per fortuna che dal 2017 il numero degli ingressi si sia ridotto in maniera considerevole. Il quadro che ne emerge, vedendo le statistiche, è quello di un sistema alla deriva a cui le prefetture in primis non sanno dare alcuna risposta se non quella di incoraggiare l’accoglienza in centri sempre più grandi, alberghi dismessi, edifici chiusi da tempo e possibilmente lontani dalle comunità. Dietro questa impostazione ci sono migliaia di storie di vita, collaborazione e integrazione che oggi sono diventate “illegali”. Gli operatori non sanno rispondere ad intere famiglie accolte ed oggi costrette ad andarsene oppure a rimanere come emarginati sociali, senza diritti. Ma qualcosa si muove nonostante tutto. La Toscana è una delle regioni in cui il fenomeno dei bandi deserti si è manifestato in maniera più evidente. In questo territorio il problema è diventato così urgente che a giugno la regione ha approvato una delibera per mettere a bando 4 milioni di euro da destinare come cofinanziamento a favore di enti pubblici o del terzo settore per progetti destinati alle persone straniere rimaste prive di reti di inserimento sociale. Lo sforzo va nella direzione di fornire nuove risorse a quelle organizzazioni che hanno partecipato ai bandi ma non hanno la possibilità di fornire i servizi di integrazione che il nuovo capitolato non prevede e non finanzia. Una strada che è stata percorsa anche da altre regioni, come il Lazio o la Calabria, seppur con risorse più limitate.

Ecco quello che resta dell’accoglienza a poca distanza dall’entrata in vigore dei decreti sicurezza fortemente voluti dal governo giallo- verde e su cui l’attuale maggioranza ancora non sembra intervenire.

Finale ligure: dove la solidarietà è di casa

Finale Ligure, è un comune di circa 11.000 abitanti in provincia di Savona, incastonato tra mare e monti e qui i temi legati all’accoglienza erano più temuti che sentiti. La cittadina infatti, inserita in una cornice paesaggistica tra le più belle d’Italia, vive tutto l’anno di turismo e la comunità non vedeva di buon occhio l’arrivo di migranti. Era il 2016 quando il sindaco Ugo Frascherelli con non poco coraggio decideva di affrontare il tema delle migrazioni, ritenendolo un obbligo civile “per offrire a questi ospiti stranieri non soltanto un’opportunità di salvezza da zone di crisi, ma anche un’istruzione, delle qualifiche professionali e delle regole”. A Finale si scatena il putiferio, la stampa locale evidenzia la notizia, la “paura dell’invasione” si diffonde tra i cittadini e la polemica si monta come la panna di ora in ora. Ma si tira dritto e non avendo case disponibili da adibire all’accoglienza, tutte destinate al turismo, si decide di recuperare un antico convento nel centro del paese, oggi noto come Casa Mandela che in poco tempo viene ristrutturato e arredato con materiale recuperato qua e là tra le scuole o grazie a donazioni spontanee. E così, nelle sale un tempo occupate dalle suore di clausura, oggi sono allestite le camere per 30 migranti e Finale aderisce al sistema SPRAR, ora SIPROIMI. In questo paese di Riviera, 360 giorni l’anno visitato da turisti di tutto il mondo, c’è una forte partecipazione cittadina e grazie alla Consulta del Volontariato a cui partecipano tutte le associazioni locali, si progetta, coordina e soprattutto si realizzano numerose attività. L’associazione VITA NOVA, associata a ReCoSol, collabora con il comune per l’accoglienza di fine progetto, procurando alloggi, occupazioni e borse lavoro per i migranti. Promuove inoltre progetti agricoli, attività culturali finalizzate all’inclusione sociale. A Finalborgo, il centro storico di Finale poco distante dalla costa, l’associazione Noi per Voi grazie al contributo comunale, apre un locale sociale destinato a tutti coloro che ne hanno bisogno, persone sole, pensionati, migranti e chiunque voglia, per mangiare, conversare, confrontarsi. Due volte alla settimana eroga pasti caldi gratuiti. E’ diventato in poco tempo un punto di riferimento per uscire dall’ emarginazione della solitudine o della condizione sociale, frequentato da tutti. Qui si sta insieme, ci si ascolta. Nel maggio 2018, sempre a Finalborgo, ha iniziato la propria attività il Bistrot Sociale Nonunomeno allestito all’interno del meraviglioso Complesso Monumentale di Santa Caterina, affidato in concessione all’Associazione ANFFAS Onlus di Albenga, in partenariato con la Cooperativa Sociale Jobel di Sanremo (IM), che ne cura la gestione quinquennale. All’interno del magnifico chiostro, questo progetto mette insieme persone portatrici di disabilità con migranti accolti che svolgono tirocini formativi nel settore della ristorazione. Il comune ha ristrutturato e messo a norma i locali e la cucina e ora Nonunomeno e gestisce un bar bistrot di altissima qualità a prezzi popolari, inutile dirlo, frequentatissimo. All’interno del progetto è stata inserita anche una psicologa che sostiene le persone partecipanti nel loro percorso personale e di integrazione sociale, cura le ferite profonde dell’anima, i traumi subiti. Finale Ligure, comune Recosol dal 2018, è la dimostrazione di come il fenomeno migratorio non sia un problema, anche in un comune con una florida economia , dove il rischio spopolamento non esiste, ma può essere una grande opportunità. La comunità è maturata in questi anni e da quando per la prima volta ha sentito parlare di accoglienza a Finale, molti dei progetti realizzati e in fase di realizzazione sono nati proprio grazie a questa apertura, questa nuova capacità di confrontarsi con le comunità in movimento. “Avanti il prossimo” potrebbe essere lo slogan per promuovere Finale, ma non ne ha bisogno. Nel 2019 in sindaco Ugo Frascherelli è stato riconfermato sindaco.

Trifoli go home!

E’ incredibile come un piccolo paese di poco più di mille abitanti nella Calabria Jonica che fino a venti anni fa era soltanto una delle tante testimonianze dello spopolamento del Meridione, sia al centro dell’attualità politica italiana da ben quattro anni. Dal 2016, anno in cui la prestigiosa rivista americana Fortune ha inserito l’allora sindaco di Riace, Domenico Lucano, tra i 40 personaggi più influenti del pianeta ad oggi, con l’attuale sindaco filo Leghista Antonio Trifoli che da quando è stato eletto fa parlare e sparlare di sé per una serie ininterrotta di episodi raccapriccianti, Riace ha fatto sempre notizia. Dai momenti magici della rinascita del borgo che, grazie all’accoglienza ha visto ripopolare un paese in abbandono, riaprire la scuola, le botteghe artigianali e commerciali, fino ad oggi con una nuova amministrazione impegnata soltanto a demolire tutti i segni di questo passato “anomalo” fatto di colori, odori e soprattutto vitalità. Eletto nel maggio 2019, Antonio Trifoli, non sembra gradire ingerenze esterne e quando nella prima settimana di agosto, dopo pochi mesi dalla sua elezione, si è svolto, come ogni anno, il Riace in festival, riscontrando un enorme successo di critica e di pubblico, il neo sindaco ha pensato bene di dichiarare che “dal prossimo anno, il festival ce lo facciamo noi…”. Poco importa se tutto il paese ha beneficiato di un programma culturale di altissimo livello, se l’economia locale ha tirato un sospiro di sollievo dopo la desolazione forzata dettata dall’accanimento di una Prefettura e un Ministero degli Interni che ha di fatto svuotato il borgo dagli oltre trecento migranti accolti. Votato alla causa per il quale è stato eletto, Trifoli rimuove i cartelli Riace paese dell’accoglienza e li sostituisce con Riace paese dei santi Cosimo e Damiano, italianizzando il nome siriano e quindi extracomunitario di Cosma in Cosimo, tanto amato dai riacesi. Mentre Trifoli prosegue il suo “lavoro” arriva alla Procura di Locri un esposto sulla sua incandidabilità presentato da Maria Spanò, sconfitta alle elezioni comunali. Oggi sappiamo che a novembre 2019 il Tribunale di Locri e il Ministero dell’Interno lo hanno dichiarato decaduto e hanno stabilito che il signor Trifoli non poteva partecipare alle elezioni perché era un dipendente dello stesso Comune, assunto a tempo determinato come vigile urbano e non poteva quindi godere dell’aspettativa non retribuita per motivi elettorali da lui richiesta (e che una volta eletto sindaco aveva continuato a concedere a se stesso). Lui presenta ricorso e in attesa dell’appello, ritorna in carica, senza alcun pudore. Ma le “anomalie” non finiscono qua: Claudio Falchi, segretario di Riace di “Noi con Salvini” ed eletto consigliere nella lista Trifoli nel maggio 2019, è stato costretto a dimettersi in autunno , ufficialmente “per motivi familiari”, ma, guarda caso, lo stesso giorno in cui la prefettura lo ha dichiarato ineleggibile a causa di una condanna per bancarotta del 2003. Non c’ è male per un signor nessuno che vince le elezioni a Riace, nel paese di Domenico Lucano, con una campagna elettorale basata sulla legalità e il rispetto delle regole. In realtà, regolamento alla mano, il sig. Trifoli cerca tutti i cavilli possibili per demolire quanto di buono era stato fatto prima di lui. Ad uno ad uno, con arroganza spropositata, fa chiudere botteghe, l’ambulatorio medico gratuito gestito da Jmuel, la fattoria didattica e via di seguito. L’appalto dei rifiuti viene tolto alle cooperative riacesi e assegnato ad una ditta di Lamezia Terme la Muraca srl, già oggetto nel 2014 di denuncia alla Procura di Lamezia per una discarica abusiva. Sparla e straparla senza freni né ritegno. Il centro storico di Riace, cuore dell’accoglienza, viene abbandonato a se stesso. Murales scrostati, sporcizia e silenzio, pesante come un macigno. La Fondazione E’ stato il Vento, nata per riportare l’accoglienza a Riace aiuta a riaprire le botteghe, fa partire un frantoio sociale che dà lavoro ad una ventina di persone, promuove una campagna per la riapertura dell’ambulatorio ma è dura, nonostante la partecipazione e la generosità di tutti. Ma arriviamo ad oggi, per esattezza al 6 gennaio 2020. Presto ci saranno le elezioni Regionali e le sardine annunciano il loro arrivo a Riace. Jasmine Cristallo, portavoce delle Sardine di Calabria avvisa la Prefettura e per conoscenza invia come da prassi copia al sindaco (abusivo, non dimentichiamolo) di Riace che il giorno dopo, forse indispettito dal successo dell’iniziativa, decide di pubblicare sui social la mail ricevuta con tutti i dati sensibili della portavoce: numero di telefono, e mail, indirizzo di casa, tutto. La mattina dopo Jasmine Cristallo troverà sul suo cellulare un numero spropositato e imprecisato di chiamate, messaggi da numeri sconosciuti. Una cosa abbastanza inquietante per chiunque ma soprattutto per lei che aveva già ricevuto minacce pesanti e neanche troppo velate: “stai attenta a tua figlia”, le avevano scritto non molto tempo fa, ma lei aveva tirato diritto. A livello mediatico, questa notizia ha suscitato un gran vespaio e su scala nazionale si è creato un movimento di solidarietà nei confronti di Jasmine Cristallo e di forte indignazione nei confronti di un uomo che rappresenta, sempre abusivamente, le istituzioni e che ha dimostrato di non conoscere i principi elementari di tutela e rispetto che un pubblico ufficiale, dovrebbe garantire. L’incolumità di Jasmine è seriamente a rischio non soltanto in quanto persona politicamente impegnata ma come donna e per giunta Calabrese dove a ridosso delle elezioni Regionali si scatenano le faide mafiose più pericolose. La situazione è ovviamente molto preoccupante e bisogna dare un segnale forte e chiaro, la legalità, tanto decantata da Trifoli e mai rispettata, va veramente ripristinata. Il viceministro all’istruzione Anna Ascani e l’ex Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini hanno chiesto le dimissioni di Trifoli e ora anche sui social è stata lanciata una petizione per chiedere la destituzione del sindaco di Riace qui l’ hashtag #TrifoliDimettiti

Riace ai tempi di Domenico Lucano

Ombre su Riace

Fino agli anni ‘80 l’acqua nel borgo di Riace bisognava andarla a prendere alla fontana, nelle case non arrivava. Nel centro storico, distante sette chilometri dalla Marina e dalla Statale Jonica, la vita sembrava ferma al dopoguerra. Le giornate erano scandite dal vociare degli ambulanti che si alternavano per vendere ai pochi cittadini rimasti pesce fresco, pane, utensili per la casa, tessuti. A parte la messa domenicale, a Riace non c’erano molti altri momenti di incontro. Si è parlato tanto in questi ultimi anni del modello Riace e della rinascita di questo borgo che, come molti – troppi comuni italiani, era destinato a morte certa se non fosse per l’arrivo dei migranti accolti nelle case disabitate e abbandonate dai riacesi emigrati all’estero. Domenico Lucano, sindaco dal 2004 al 2018, ha operato una vera e propria rivoluzione in una zona aspra e impervia come la Locride dove la ‘Ndrangheta, la mafia più potente al mondo, spadroneggiava da sempre. Alla fine del secolo scorso e fino a pochi anni fa, da quelle parti la lupara dettava ancora legge e quando Lucano ha iniziato a realizzare il suo progetto di accoglienza, si è fatta subito sentire: due colpi sparati alla porta della Taverna Rosa nel cuore del paese, sulla piazza dell’ex municipio e poi al portone di Palazzo Pinnarò, sede dell’associazione Città futura che curava l’accoglienza. Ancora non si era capito che non era questa la strada per fermare Lucano, ci arriveranno anni dopo. Gli uccidono il cane, danno fuoco alla sua auto. Niente, si va avanti come se niente fosse: l’accoglienza a Riace riporta la vita, la gente del borgo sente finalmente che la desolazione, l’ abbandono e i lunghi e dolorosi addii, stanno lasciando il posto alle risa dei bimbetti per le strade del borgo, riapre la scuola, piccole attività commerciali hanno finalmente una ragion d’essere. Alcuni giovani rientrano a Riace, altri decidono di non partire. Quasi un centinaio di persone trovano impiego grazie all’accoglienza. Ma tutto questo è ormai storia nota, c’è un processo in corso, un altro forse in arrivo. Domenico Lucano e Riace sono stati passati attraverso una lente d’ingrandimento che assomiglia ad un tritacarne. Oggi resta ben poco di quel periodo magico di forte energia che diffondeva Riace a chi vi arrivava: le luci, i colori, gli odori, le voci non ci sono più. I murales sono scrostati, l’anfiteatro multicolore è in stato di abbandono e un sindaco (su cui pende un’accusa di ineleggibilità) che si sta distinguendo sempre più per la sua inconsistenza ma soprattutto per l’ azione demolitoria di quanto ha fatto l’amministrazione Lucano. Grazie all’accoglienza e all’integrazione riuscita con gli abitanti riacesi originari è stato possibile recuperare pezzi di storia, investire nei giovani per raccontare l’orgoglio calabrese di una vita fatta di sacrifici e stenti. Tra le prime cose che Lucano ha recuperato c’è infatti il sentiero di Sara (https://tralerigheweb.wordpress.com/2019/08/15/riace-il-sentiero-di-sara/ ) chiamato così per celebrare l’ultima portatrice che ignara dei suoi anni, si è spaccata la schiena su e giù per quel sentiero scosceso per prendere e portare acqua nelle case dei signori. Un sentiero che è una bella passeggiata fino ad una fonte inserita in una cornice suggestiva di calanchi ma oggi il cartello che segnava l’inizio del sentiero di Sara è stato rimosso e il viale sta per essere inghiottito dalla vegetazione. Non sono stati levati quindi soltanto i cartelli con su scritto “Riace paese dell’accoglienza” che hanno indignato i tanti, tantissimi che conoscono la bellezza dell’accoglienza a Riace, si sta attuando un’operazione grossolana di rimozione della memoria, di cancellazione di un’epoca che ha avuto la caratteristica di rompere degli schemi, di rifiuto della rassegnazione. I riacesi debbono piegarsi al loro destino, ritornare ad essere inghiottiti in una logica, tipicamente mafiosa, di apatia. Segnali ne abbiamo avuti tanti in passato. Nel dicembre 2016 quando Lucano ha indetto un consiglio comunale per discutere le sue dimissioni in seguito a delle intercettazioni telefoniche a dir poco sospette, qualche ignoto facinoroso ha allagato la mediateca, luogo adibito a quest’importante assemblea. Non si è mai saputo chi sia stato il responsabile di questa azione, certo è che almeno allora non ha ottenuto l’effetto desiderato: da tutta Italia siamo arrivati in tanti e nella piccola sala del Consiglio Comunale ci spingevamo fino alla piazza della Pignara, sotto la pigna centenaria davanti ad un maxi schermo. Era un segnale inquietante, uno dei tanti che non lasciava presagire niente di buono e ora lo sappiamo con certezza. Nonostante Riace abbia dimostrato negli anni dell’amministrazione Lucano di poter essere un paese “che varca i confini” che “accoglie i cittadini del mondo” dove ognuno si è sentito a casa, oggi sembrerebbe che lo si voglia riportare ad essere soprattutto un paese in terra di ‘Ndrangheta. Vandali ignoti si aggirano indisturbati e senza che nessuno abbia visto niente distruggono qui e lì le tracce di un’epoca d’oro, le opere realizzate da Mimmo Lucano una ad una subiscono atti vandalici, incuria, abbandono. L’ultima azione in ordine di tempo è stata la distruzione dell’”angolo del pescivendolo” ricavato presso la Porta dell’Acqua nel luogo dove il pescatore usava vendere il pesce quando saliva al borgo. A chi giova quest’azione? Sono gli stessi che nel 2016 hanno allagato la mediateca? E ancora… Perché la nuova amministrazione lascia in completo abbandono e degrado il borgo di Riace? Politicamente non è un’azione lungimirante dato che è evidente a tutti quanto sia controproducente chiudere un ambulatorio medico che erogava servizi professionali gratuiti, oppure lasciare al proprio destino il sentiero di Sara, senza manutenzione i meravigliosi murales, l’anfiteatro e altro ancora. Questa politica si spiega solo con la necessità di cancellare a qualsiasi costo una storia scomoda di un paese che tutto, insieme al suo sindaco, si è ribellato non solo al proprio destino di inevitabile spopolamento ma anche alle logiche mafiose della ‘Ndrangheta.

L’angolo del pesce com’era

L’angolo del pesce oggi

Grazie ad Antonio Nicolò per le foto

Per saperne di più:

https://tralerigheweb.wordpress.com/2017/01/17/riace-la-realta-concreta-oltre-lutopia/

https://tralerigheweb.wordpress.com/2018/07/29/dallo-jonio-al-tirreno-una-storia-ignobile/

https://tralerigheweb.wordpress.com/2018/10/17/le-trame-dietro-riace/

Aosta, una storia di Resistenza

Il 25 luglio 1943 Mussolini venne finalmente arrestato. Per il popolo italiano seguiranno mesi terribili come la storia ci insegna ma comunque in quelle ore immediatamente successive si festeggiò in tutta Italia la destituzione del Duce. Dalla casa dei Fratelli Cervi partì uno degli eventi spontanei più originali, con una grande pastasciutta offerta a tutto il paese, distribuita in piazza a Campegine dalla famiglia, per festeggiare, come disse Papà Cervi, il “più bel funerale del fascismo”. Circa vent’anni fa questa festa antifascista, popolare e genuina, è stata riproposta nell’aia del Museo Cervi, mantenendo intatto lo spirito di quei giorni. Da allora, ogni 25 luglio, grazie anche al sostegno dell’Anpi, si festeggia in sempre più numerose piazze d’Italia con “pastasciuttate” questa ricorrenza. Il 25 luglio 2019, dopo 76 anni esatti da quella data storica, il Comune di Aosta ha approvato un ordine del giorno che ne sancisce i principi antifascisti. Il risultato è stato raggiunto al terzo tentativo, bocciato per ben due volte. In base al documento approvato, gli spazi, le sale comunali e il suolo pubblico ad Aosta potranno essere concessi solo per manifestazioni che rispettino i “valori antifascisti sanciti dall’ordinamento repubblicano”. Con 21 voti a favore, 2 contrari (Aiello e Addario, parte del Misto di minoranza) e 1 astensione (Galassi, Uv) l’ordine del giorno di Carola Carpinello (Altra VdA) intitolato “Valori della Resistenza antifascista e dei principi della Costituzione repubblicana” è oggi legge comunale. Il sindaco Centoz aveva dichiarato in aula: “A monte questa volta c’è un atto del Consiglio regionale. Non posso che condividere come ho fatto le volte precedenti, sono assolutamente d’accordo con la sua approvazione. Mi auguro che il provvedimento venga approvato, ma non posso che lasciare a tutti la libertà di esprimersi in maniera autonoma”. Il capoluogo ha infatti dato seguito a un atto di indirizzo assunto all’unanimità nel 2018 dal parlamento della Regione Autonoma. La mozione prevedeva l’adeguamento dei regolamenti di ogni Comune, subordinando la concessione di suolo pubblico, spazi e sale di proprietà regionale ad associazioni, persone, movimenti e partiti “previa dichiarazione esplicita di rispetto dei valori antifascisti sanciti dall’ordinamento repubblicano”. La memoria della Resistenza è patrimonio corale in Val d’Aosta e in tutti i Comuni dal 25 aprile alla fine di ottobre, almeno ogni settimana, l’Anpi celebra un evento o i tanti Caduti della Resistenza locale. E spesso le celebrazioni coinvolgono anche i vicini francesi dato che per ragioni geografiche nella lotta di Liberazione si operava tra Italia e Francia e al contrario di oggi si aiutavano le persone ad attraversare le frontiere.

Sutera, il presepe vivente

Curve, curve e curve, per arrivare a Sutera, comune di 1400 abitanti in provincia di Caltanissetta: bisogna percorrere una strada fatta di molte curve fino a raggiungere una quota di quasi seicento metri. Spesso il clima è montano, nebbia e freddo. Una parte di Sicilia lontana dal mare, aspra e isolata, fatta di borghi che fanno storia a sé. Il centro storico di Sutera, il Rabato, dall’arabo rabad, borgo, è un quartiere antichissimo, riconosciuto come uno dei borghi più belli d’Italia, caratterizzato da una forte matrice urbanistica islamica, era la sede di un’antichissima moschea a testimonianza di un passato ben diverso. “A tramontana di Gardutah giace Sutir, circondato da ogni banda dalle montagne, popoloso, industrie, frequentato, di passaggio da chi va e viene”, scrisse il geografo Arabo Al Idrisi per rilevarne la posizione strategica.

La storia più recente ci testimonia invece che fino al 2013 il paese viveva, come molti altri, uno spopolamento iniziato con l’emigrazione degli anni sessanta e settanta. Anche per questo motivo il sindaco Giuseppe Grizzanti ha pensato alla possibilità di ripopolare il suo paese accogliendo migranti. Quando gli venne chiesto di mettere a disposizione dei loculi per la sepoltura dei migranti morti in mare, è venuto da chiedersi se non sarebbe invece stato meglio accogliere dei vivi. E così, il Comune ha aderito allo Sprar con un progetto coinvolgendo l’associazione I Girasoli. In molti hanno accomunato il comune di Sutera a quello di Riace, fra i primi ad impostare una politica di accoglienza in grado di restituire al paese vivacità. A Sutera vengono riaperte case fino a quel momento desolatamente chiuse e sfitte e quando finalmente si preannuncia l’arrivo delle prime due famiglie nigeriane, il sindaco decide di accoglierle al meglio, facendosi trovare in piazza con tanto di fascia. Ma per arrivare al paese ci sono tutte quelle curve da percorrere. Curve che devono aver sorpreso e spaventato i richiedenti asilo già provati dal dramma del loro lungo viaggio, per terra e poi via mare e poi di nuovo via terra. Seduti sul pulmino che arrancava nelle salite devono essersi chiesti dove li stavano portando. Ma quando sono finalmente arrivati in piazza hanno deciso l’ammutinamento: non volevano scendere, non volevano fermarsi in quel posto che pareva dimenticato da Dio, dagli uomini e anche Allah. Gli operatori cercavano di spiegare…il sindaco ha abbandonato la fascia e ha messo da parte la forma istituzionale, i musici sono rientrati a casa. Alla fine di questa scena tragicomica che ha coinvolto tutto il paese, si è riusciti a convincere le due famiglie a fermarsi almeno una notte. Si fermeranno invece un anno e mezzo dando inizio ad un percorso e una presenza sempre più assidua di immigrati a Sutera. Un progetto che funziona per tutti. Una suggestione che rivive ancora nei racconti della gente del luogo, anche dei più giovani. A partire dalla declinazione salvifica attribuita all’etimo del paese, Sòteira, ossia la “Salvezza”, quale antidoto per le aggressioni straniere, cataclismi e malattie.