Aosta, una storia di Resistenza

Il 25 luglio 1943 Mussolini venne finalmente arrestato. Per il popolo italiano seguiranno mesi terribili come la storia ci insegna ma comunque in quelle ore immediatamente successive si festeggiò in tutta Italia la destituzione del Duce. Dalla casa dei Fratelli Cervi partì uno degli eventi spontanei più originali, con una grande pastasciutta offerta a tutto il paese, distribuita in piazza a Campegine dalla famiglia, per festeggiare, come disse Papà Cervi, il “più bel funerale del fascismo”. Circa vent’anni fa questa festa antifascista, popolare e genuina, è stata riproposta nell’aia del Museo Cervi, mantenendo intatto lo spirito di quei giorni. Da allora, ogni 25 luglio, grazie anche al sostegno dell’Anpi, si festeggia in sempre più numerose piazze d’Italia con “pastasciuttate” questa ricorrenza. Il 25 luglio 2019, dopo 76 anni esatti da quella data storica, il Comune di Aosta ha approvato un ordine del giorno che ne sancisce i principi antifascisti. Il risultato è stato raggiunto al terzo tentativo, bocciato per ben due volte. In base al documento approvato, gli spazi, le sale comunali e il suolo pubblico ad Aosta potranno essere concessi solo per manifestazioni che rispettino i “valori antifascisti sanciti dall’ordinamento repubblicano”. Con 21 voti a favore, 2 contrari (Aiello e Addario, parte del Misto di minoranza) e 1 astensione (Galassi, Uv) l’ordine del giorno di Carola Carpinello (Altra VdA) intitolato “Valori della Resistenza antifascista e dei principi della Costituzione repubblicana” è oggi legge comunale. Il sindaco Centoz aveva dichiarato in aula: “A monte questa volta c’è un atto del Consiglio regionale. Non posso che condividere come ho fatto le volte precedenti, sono assolutamente d’accordo con la sua approvazione. Mi auguro che il provvedimento venga approvato, ma non posso che lasciare a tutti la libertà di esprimersi in maniera autonoma”. Il capoluogo ha infatti dato seguito a un atto di indirizzo assunto all’unanimità nel 2018 dal parlamento della Regione Autonoma. La mozione prevedeva l’adeguamento dei regolamenti di ogni Comune, subordinando la concessione di suolo pubblico, spazi e sale di proprietà regionale ad associazioni, persone, movimenti e partiti “previa dichiarazione esplicita di rispetto dei valori antifascisti sanciti dall’ordinamento repubblicano”. La memoria della Resistenza è patrimonio corale in Val d’Aosta e in tutti i Comuni dal 25 aprile alla fine di ottobre, almeno ogni settimana, l’Anpi celebra un evento o i tanti Caduti della Resistenza locale. E spesso le celebrazioni coinvolgono anche i vicini francesi dato che per ragioni geografiche nella lotta di Liberazione si operava tra Italia e Francia e al contrario di oggi si aiutavano le persone ad attraversare le frontiere.

Sutera, il presepe vivente

Curve, curve e curve, per arrivare a Sutera, comune di 1400 abitanti in provincia di Caltanissetta: bisogna percorrere una strada fatta di molte curve fino a raggiungere una quota di quasi seicento metri. Spesso il clima è montano, nebbia e freddo. Una parte di Sicilia lontana dal mare, aspra e isolata, fatta di borghi che fanno storia a sé. Il centro storico di Sutera, il Rabato, dall’arabo rabad, borgo, è un quartiere antichissimo, riconosciuto come uno dei borghi più belli d’Italia, caratterizzato da una forte matrice urbanistica islamica, era la sede di un’antichissima moschea a testimonianza di un passato ben diverso. “A tramontana di Gardutah giace Sutir, circondato da ogni banda dalle montagne, popoloso, industrie, frequentato, di passaggio da chi va e viene”, scrisse il geografo Arabo Al Idrisi per rilevarne la posizione strategica.

La storia più recente ci testimonia invece che fino al 2013 il paese viveva, come molti altri, uno spopolamento iniziato con l’emigrazione degli anni sessanta e settanta. Anche per questo motivo il sindaco Giuseppe Grizzanti ha pensato alla possibilità di ripopolare il suo paese accogliendo migranti. Quando gli venne chiesto di mettere a disposizione dei loculi per la sepoltura dei migranti morti in mare, è venuto da chiedersi se non sarebbe invece stato meglio accogliere dei vivi. E così, il Comune ha aderito allo Sprar con un progetto coinvolgendo l’associazione I Girasoli. In molti hanno accomunato il comune di Sutera a quello di Riace, fra i primi ad impostare una politica di accoglienza in grado di restituire al paese vivacità. A Sutera vengono riaperte case fino a quel momento desolatamente chiuse e sfitte e quando finalmente si preannuncia l’arrivo delle prime due famiglie nigeriane, il sindaco decide di accoglierle al meglio, facendosi trovare in piazza con tanto di fascia. Ma per arrivare al paese ci sono tutte quelle curve da percorrere. Curve che devono aver sorpreso e spaventato i richiedenti asilo già provati dal dramma del loro lungo viaggio, per terra e poi via mare e poi di nuovo via terra. Seduti sul pulmino che arrancava nelle salite devono essersi chiesti dove li stavano portando. Ma quando sono finalmente arrivati in piazza hanno deciso l’ammutinamento: non volevano scendere, non volevano fermarsi in quel posto che pareva dimenticato da Dio, dagli uomini e anche Allah. Gli operatori cercavano di spiegare…il sindaco ha abbandonato la fascia e ha messo da parte la forma istituzionale, i musici sono rientrati a casa. Alla fine di questa scena tragicomica che ha coinvolto tutto il paese, si è riusciti a convincere le due famiglie a fermarsi almeno una notte. Si fermeranno invece un anno e mezzo dando inizio ad un percorso e una presenza sempre più assidua di immigrati a Sutera. Un progetto che funziona per tutti. Una suggestione che rivive ancora nei racconti della gente del luogo, anche dei più giovani. A partire dalla declinazione salvifica attribuita all’etimo del paese, Sòteira, ossia la “Salvezza”, quale antidoto per le aggressioni straniere, cataclismi e malattie.

L’accoglienza a Gioiosa

Il fax è arrivato l’ultimo giorno di corso, alla fine di una serie di incontri sul “Diritto di asilo e diritti fondamentali” e Alessia, finalmente sorrideva. E’ la responsabile dello SPRAR- SIPROIMI di Gioiosa Ionica e da tempo aspettava quella notizia. A dicembre scadeva il progetto e con i Decreti Sicurezza non si sapeva se e per quanto sarebbe stato prorogato. Finalmente ora per altri sei mesi si poteva “tirare avanti”, certamente non stare tranquilli ma almeno provare a tamponare tutta una serie di emergenze che questo stato di cose ha creato. L’abolizione della protezione umanitaria ha visto intere famiglie ritrovarsi per strada, situazioni estreme a cui si cerca di rispondere come si può. Non è facile, per chi lavora in questo settore spiegare che “ora non si può più fare niente per te”. Sono volti, persone, amici con i quali hai condiviso storie importanti, dolorose. Essere operatore dell’accoglienza richiede oltre alla competenza anche tanta umanità e l’empatia permette di abbattere il muro di terrore di tante storie lacerate. Da diversi mesi era tutto sospeso, tutto in forse: niente più nuovi ingressi, niente programmazione, personale e operatori con il futuro appeso a quella comunicazione. Erano già pronte le lettere di licenziamento, visto che dicembre era la death line e a fine novembre ancora non si sapeva nulla. Bisognava prepararsi tutti: migranti e operatori. Nella Calabria Jonica, Gioiosa è un’esperienza virtuosa, di lunga data che ha segnato la vita della comunità tutta. Quello che era un piccolo paesino di ex emigrati ora è una cittadina accogliente, dove la festa di fine Ramadan è un momento di gioia collettivo. Il progetto di accoglienza è iniziato nel 2013 come ampliamento dello SPRAR di Riace e diventa autonomo l’anno successivo con l’arrivo dell’amministrazione Fuda. Inizialmente c’erano solo 25 beneficiari, prevalentemente uomini singoli ma ultimamente sono arrivate anche diverse famiglie. Già nel secondo anno di vita, nel 2014 il numero dei beneficiari è salito a 75 ed è rimasto a pieno regime fino al 2016 con 18 – 20 persone impiegate sia come operatori che nell’ amministrazione. Gestito da Recosol, lo Sprar di Gioiosa ha applicato il modello Riace dell’accoglienza diffusa e gli ospiti hanno avuto la possibilità di seguire corsi professionali, laboratori di cucina, momenti ludici di interazione. Dal settembre 2018 non sono stati fatti nuovi inserimenti e attualmente gli ospiti sono 24 con quindi 51 posti vacanti. Un anno lunghissimo, durissimo e incerto dove tutto è stato reso ancora più difficile dalla burocrazia e gli operatori si sono organizzati riducendo ore di lavoro per evitare licenziamenti, aiutandosi tra di loro come una grande famiglia. Non sono certo mancati momenti di tensione ma traspare dagli sguardi di ognuno la solidarietà della condivisione. In questo anno lungo come dieci, gli operatori hanno lavorato ad una mostra, forse pensando di voler lasciare una testimonianza delle tante storie di migranti raccolte in questi anni. I racconti dei migranti incontrati sono diventati storie dipinte, sculture, costruzioni, simboli indelebili di un’ umanità smarrita. Miriam e Carmen che ci accompagnano nel percorso della mostra, non nascondono l’emozione: ogni immagine appartiene ad un volto a loro ben noto e l’effetto è dirompente, lacera e sconcerta. Mille storie in una stanza, tanti colori per descrivere il grigiore di un’epoca alla deriva.

Riace, la rinascita del Borgo

Da marzo 2018 ad oggi “la storia di un borgo che ha fatto storia”

Nel marzo 2018 Matteo Salvini diviene ministro degli Interni.

Tra le sue prime dichiarazioni: “Domenico Lucano è uno zero”. Il progetto di demolizione dell’accoglienza era ancora abbozzato ma intanto arrivano le ruspe a San Ferdinando, la stampa e i social pubblicano proclami dell’uomo forte del momento, messaggi di odio verso i migranti, le Ong. Riace intanto assiste allo svuotamento del paese: i migranti ospiti cercano nuove patrie, famiglie di nuovo in marcia, scuola chiusa… niente più bambini. Cala il sipario. Domenico Lucano è esiliato come se fosse un pericoloso mafioso. Intanto si avvicinano le elezioni comunali e già da tempo si assiste a strane manovre, nasce la sede di “Noi con Salvini”, il cui segretario, Claudio Falchi, eletto consigliere nel maggio 2019, si è poi recentemente dimesso, ufficialmente “per motivi familiari”, ma, guarda caso, lo stesso giorno in cui la prefettura lo ha dichiarato ineleggibile a causa di una condanna per bancarotta rimediata nel 2003. “Bisogna riportare la legalità a Riace” diceva in campagna elettorale, con l’appoggio incondizionato del mitico Capitano. La sua lista era guidata da Antonio Trifoli, noto vigile urbano del paese. E vince. In quegli stessi giorni il Ministro Salvini promuoveva Michele di Bari, prefetto di Reggio Calabria, Capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione. Era il 14 maggio 2019. Un segnale chiaro di come sarebbero andate le cose in tema d’immigrazione. Michele di Bari è noto per essere stato un prefetto “poco sensibile alle problematiche dei migranti”, per usare un eufemismo.

Trifoli, grazie ai voti di Riace Marina ce la fa. Il suo mandato, come vedremo, durerà poco e passerà alla storia per avere usato tutte le sue energie e poteri per demolire quanto era stato costruito dall’amministrazione Lucano. Spinto dal sacro fuoco della “normalizzazione di Riace” spara a zero su tutto: via il cartello del Sentiero dell’Acqua, via i cartelli “Riace paese dell’accoglienza”, via persino quello su Peppino Impastato. Già, che c’entra Peppino Impastato, ucciso dalla mafia, in terra di ‘Ndrangheta? I santi patroni Cosma e Damiano, diventano Cosimo e Damiano… non sia mai che a qualcuno salti in mente di cercarne le origini e scoprire così che erano siriani, venuti dal mare, professavano la medicina e curavano i bisognosi. Insomma, da quando è stato eletto, Antonio Trifoli si distingue per la sua forte necessità di negazione, di cancellare con segnali propagandistici tutto quello che appartiene al Lucano pensiero: persino l’ambulatorio medico gestito dai volontari dell’associazione Jimuel deve sloggiare. Un’iniziativa impopolare che colpisce non solo i migranti ma tutti i cittadini meno abbienti che usufruivano di un servizio professionale libero e gratuito. Trifoli si fa persino fotografare mentre riprende le scene dello sgombero. Sul perché Trifoli collezioni così tante iniziative impopolari, ben oltre il mandato “leghista” che nuocciono soprattutto alla sua immagine, sono stati in tanti a chiederselo, riacesi compresi. Prendere il posto di Domenico Lucano era una sfida complessa ma anche una grande opportunità. Avrebbe potuto fare tante cose, il sindaco Trifoli e sfruttare la popolarità che gli derivava dalla situazione. Invece no. Si limita a disfare. E mentre in Italia si assisteva all’entrata in vigore del primo Decreto Sicurezza con lo smantellamento degli Sprar e in Calabria Domenico Lucano continuava il suo esilio, arrivava alla Procura di Locri un esposto sulla incandidabilità di Antonio Trifoli presentato da Maria Spanò, capolista della lista “Il cielo sopra Riace”, sconfitta alle elezioni comunali. Oggi sappiamo che il Tribunale di Locri ha stabilito che Trifoli non poteva partecipare alle elezioni perché era un dipendente dello stesso Comune, assunto a tempo determinato come vigile urbano e non poteva godere dell’aspettativa non retribuita per motivi elettorali da lui richiesta (e che una volta eletto sindaco aveva continuato a concedere a se stesso). In attesa dell’appello, la Prefettura ha disposto che decaduta la carica di sindaco del sig. Trifoli, ora le funzioni saranno svolte dal Vice sindaco. In tutto questo caos, da tutta Italia e grazie anche alla Fondazione E’ stato il Vento, si cercava il modo di difendere il villaggio dell’accoglienza, ripartire da quello che c’era e ridare la speranza. Una raccolta fondi ancora aperta ha permesso il restauro di alcuni edifici, la riapertura delle botteghe artigiane, il sostegno a quelle famiglie lungo permanenti rimaste a Riace. E’ stato possibile completare il frantoio di comunità per la produzione di olio extravergine di altissima qualità che ha permesso l’impiego di circa venti persone tra migranti e riacesi. Il nuovo frantoio è un modello tecnicamente all’avanguardia e questo progetto ha coinvolto e rivitalizzato tutto il paese anche perché la raccolta delle olive e la produzione dell’olio fanno parte della tradizione riacese sin dai tempi più antichi. Nel mese di ottobre è iniziata la raccolta delle olive e oggi è finalmente pronto l’olio.

La produzione e la vendita dell’olio rappresentano il futuro non solo per chi ci lavora ma anche per noi tutti: acquistare l’olio di Riace significa portare a casa non soltanto un prodotto di altissima qualità ma anche la speranza della rinascita di questa comunità, nonostante tutto. Un riscatto nato dal basso, con pochi mezzi a cui ognuno di noi partecipa come può.

Ordinare l’olio di Riace è semplicissimo, basta scrivere una mail a :

frantoio.oleario.riace@gmail.com

Disponibili latte da 5 litri e da 10 litri

Costo: 9 euro al litro per l’extravergine

10 euro al litro per l’extravergine biologico

Si consiglia l’acquisto collettivo per abbattere le spese di spedizione che sono a carico dell’acquirente