Libano. Diario di viaggio 2. Sidone

Esiste un angolo in questo paese dove per un attimo si dimentichi la guerra e si possa trovare una dimensione di comunità, un luogo  che non ci parli solo  di soldati, confini, oblio incontrollato verso un futuro che non c’è? “Sì”  dice Nabil “ti ci porto”. E così ripartiamo verso sud. Sidone, in arabo Saida,  dista circa 40 km da Beirut e ci arriviamo in un’ora.  La strada corre lungo la costa rosa tra centri commerciali e aree di sosta gestite da ambulanti che preparano caffè e vendono acqua in bottiglie di plastica. E’ la strada che Nabil fa tutte le sere per tornare a casa, dopo il suo lavoro di taxista a Beirut,  lo conoscono tutti e mi offre un caffè senza neanche scendere dalla macchina. Si sono attrezzati e fanno anche il caffè espresso su richiesta ma naturalmente scegliamo il libanese, quello scuro, dal sapore un po’ aspro e con la polvere che si deposita sul fondo. Saida ci appare alla fine di un lungo mare interminabile tra agglomerati di case qua e là e che nulla hanno di paese, di villaggio. La storia del Libano è da troppo tempo scritta sotto il fuoco dei mortai, tra fazioni avverse, tra confini pericolosi per immaginare punti di incontro spontanei tra quelle case. Il governo centrale non sembra curarsi molto della vita dei cittadini, la stessa legge elettorale è penalizzante: si vota solo nel posto in cui si è nati, non dove si risiede quindi la percentuale di votanti è molto bassa e in gran parte concentrata nella capitale. I villaggi sono il risultato di una crescita spontanea e sregolata di case, senza piazze, senza storia. Saida – Sidone non è così. Ci arriviamo dopo aver passato un posto di blocco, all’imbocco del paese, l’ennesimo in pochi giorni.

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Il Castello del Mare (Qal’ah al-bahr) edificato nel 1228

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Saida, secondo la Bibbia venne fondata da un bisnipote di Noè; nel XV sec. a.C.  ed era, insieme a Tiro, uno dei più importanti porti fenici, sede di ricchi commerci tra cui quello celebre della porpora, una sostanza colorante preziosa estratta dalla conchiglia di un mollusco del genere Murex. Ancora oggi, nonostante tutto è  una città ricca che ha nel commercio e lo scambio la sua ragion d’essere. E’ un enorme suk tra le mura antiche, testimoni dalla loro creazione nel XIII secolo, di innumerevoli conflitti. Il suo sviluppo economico, legato all’agricoltura e al vicino terminal petrolifero di Zahrani, è stato comunque frenato dalla guerra civile libanese durante la quale la città è stata a lungo contesa tra milizie palestinesi, israeliani, siriani, Hezbollah e Amal. A pochi chilometri c’è Ayn al-Hilwe, il più grande campo profughi palestinese del Libano che ospita oltre 100.000 persone. Costruito nel 1948 dalla Croce Rossa Internazionale su terreni privati, Ayn al- Hilwe è considerato zona rossa, pericolosa. Qui le forze armate libanesi non sono autorizzate ad entrare e quindi è un  possibile rifugio per ricercati, terroristi e estremisti. La presenza palestinese si respira ovunque  e le foto di Arafat spuntano qua e là tra gli angoli e i vicoli del Suk. C’è tutto a Saida e le epoche sembrano essersi succedute lasciando tracce indelebili tra queste mura secolari. La porpora, le tinture, le mercanzie ma anche la fierezza di una città importante per storia e per dolore, un luogo non luogo che è tutto ma può essere il contrario di tutto. Soldi ne arrivano  e l’occidente sta investendo in progetti ambiziosi, fiutando l’affare. Nabil mi mostra con orgoglio la fabbrica del sapone, antica tradizione locale, che oggi però si presenta come un beauty center, un contrasto stridente con la realtà circostante che arriva come un cazzotto allo stomaco. 

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Ma Nabil non coglie il mio disagio, per lui questo è il futuro che si immagina e mi accompagna soddisfatto tra i vicoli bui e stretti del suk verso la macchina. Sulla via del ritorno  mi invita a  prendere un caffè a casa sua con i suoi genitori. E’ orgoglioso Nabil del suo essere libanese, del suo non essere profugo, migrante, fuggitivo. Lui e la sua famiglia sono lì da generazioni, nonostante tutto. E nonostante tutto stanno bene, anzi benissimo.

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