Libano. Diario di viaggio 3. Chatila

 

Chatila è a Beirut. Basta girare l’angolo tra le case di una via tra le tante per entrare in questa grande comunità palestinese. Si passa attraverso un corridoio tra i palazzi e si entra in un dedalo di stradine buie e strette dove l’identità di un popolo in fuga prende forma, tra case costruite una su l’altra, una dentro l’altra.

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Senza poter esistere realmente in questo paese che li ospita, i palestinesi possono contare solo sulle loro forze e sulla coesione della loro comunità per vivere e sopravvivere. Per il Libano non esistono, semplicemente. Profughi sgraditi che non torneranno mai a casa loro perché semplicemente non hanno una patria ad accoglierli. Generazioni di persone senza identità, senza diritti, hanno organizzato pietra sopra pietra una città fantasma dove solo la loro fierezza gli permette di vivere. Bambini senza nome, persone nate in Libano da generazioni e mai ufficialmente esistite. Solo le ONG portano supporto, aiutano come possono a dare un minimo di dignità a queste persone senza terra. L’UNHCR ha istituito un’anagrafe (non riconosciuta dal Governo libanese) e  Beit Atfa Assumoud, un’organizzazione palestinese, coordina le iniziative e i progetti sociali della comunità.

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Eppure un’organizzazione incredibile tra gli scuri vicoli di Chatila, tra milioni di fili elettrici sospesi (causa di tanti, troppi incidenti mortali tra i bimbi che vi abitano), ha creato una comunità, un senso di appartenenza che si respira tra la gente, ovunque.

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Da quel lontano 1982 in cui oltre 3500 palestinesi inermi furono sterminati dalle forze falangiste libanesi con il sostegno dei militari israeliani, la comunità di Chatila continua ad essere una spina nel fianco nell’immaginario collettivo dei libanesi, un punto nero nelle coscienze da allontanare dalla memoria. E mentre in Libano tutto sembra muoversi  senza una  identità nazionale, a Chatila la comunità esiste e proprio grazie a questo è possibile per i palestinesi immaginare un’esistenza,  sopravvivere in un mondo ostile che li rifiuta. Il Libano è anche questo: un incrocio di storie da dimenticare, un presente difficile da sopportare e da accettare per chiunque.

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Libano. Diario di viaggio 2. Sidone

Esiste un angolo in questo paese dove per un attimo si dimentichi la guerra e si possa trovare una dimensione di comunità, un luogo  che non ci parli solo  di soldati, confini, oblio incontrollato verso un futuro che non c’è? “Sì”  dice Nabil “ti ci porto”. E così ripartiamo verso sud. Sidone, in arabo Saida,  dista circa 40 km da Beirut e ci arriviamo in un’ora.  La strada corre lungo la costa rosa tra centri commerciali e aree di sosta gestite da ambulanti che preparano caffè e vendono acqua in bottiglie di plastica. E’ la strada che Nabil fa tutte le sere per tornare a casa, dopo il suo lavoro di taxista a Beirut,  lo conoscono tutti e mi offre un caffè senza neanche scendere dalla macchina. Si sono attrezzati e fanno anche il caffè espresso su richiesta ma naturalmente scegliamo il libanese, quello scuro, dal sapore un po’ aspro e con la polvere che si deposita sul fondo. Saida ci appare alla fine di un lungo mare interminabile tra agglomerati di case qua e là e che nulla hanno di paese, di villaggio. La storia del Libano è da troppo tempo scritta sotto il fuoco dei mortai, tra fazioni avverse, tra confini pericolosi per immaginare punti di incontro spontanei tra quelle case. Il governo centrale non sembra curarsi molto della vita dei cittadini, la stessa legge elettorale è penalizzante: si vota solo nel posto in cui si è nati, non dove si risiede quindi la percentuale di votanti è molto bassa e in gran parte concentrata nella capitale. I villaggi sono il risultato di una crescita spontanea e sregolata di case, senza piazze, senza storia. Saida – Sidone non è così. Ci arriviamo dopo aver passato un posto di blocco, all’imbocco del paese, l’ennesimo in pochi giorni.

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Il Castello del Mare (Qal’ah al-bahr) edificato nel 1228

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Saida, secondo la Bibbia venne fondata da un bisnipote di Noè; nel XV sec. a.C.  ed era, insieme a Tiro, uno dei più importanti porti fenici, sede di ricchi commerci tra cui quello celebre della porpora, una sostanza colorante preziosa estratta dalla conchiglia di un mollusco del genere Murex. Ancora oggi, nonostante tutto è  una città ricca che ha nel commercio e lo scambio la sua ragion d’essere. E’ un enorme suk tra le mura antiche, testimoni dalla loro creazione nel XIII secolo, di innumerevoli conflitti. Il suo sviluppo economico, legato all’agricoltura e al vicino terminal petrolifero di Zahrani, è stato comunque frenato dalla guerra civile libanese durante la quale la città è stata a lungo contesa tra milizie palestinesi, israeliani, siriani, Hezbollah e Amal. A pochi chilometri c’è Ayn al-Hilwe, il più grande campo profughi palestinese del Libano che ospita oltre 100.000 persone. Costruito nel 1948 dalla Croce Rossa Internazionale su terreni privati, Ayn al- Hilwe è considerato zona rossa, pericolosa. Qui le forze armate libanesi non sono autorizzate ad entrare e quindi è un  possibile rifugio per ricercati, terroristi e estremisti. La presenza palestinese si respira ovunque  e le foto di Arafat spuntano qua e là tra gli angoli e i vicoli del Suk. C’è tutto a Saida e le epoche sembrano essersi succedute lasciando tracce indelebili tra queste mura secolari. La porpora, le tinture, le mercanzie ma anche la fierezza di una città importante per storia e per dolore, un luogo non luogo che è tutto ma può essere il contrario di tutto. Soldi ne arrivano  e l’occidente sta investendo in progetti ambiziosi, fiutando l’affare. Nabil mi mostra con orgoglio la fabbrica del sapone, antica tradizione locale, che oggi però si presenta come un beauty center, un contrasto stridente con la realtà circostante che arriva come un cazzotto allo stomaco. 

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Ma Nabil non coglie il mio disagio, per lui questo è il futuro che si immagina e mi accompagna soddisfatto tra i vicoli bui e stretti del suk verso la macchina. Sulla via del ritorno  mi invita a  prendere un caffè a casa sua con i suoi genitori. E’ orgoglioso Nabil del suo essere libanese, del suo non essere profugo, migrante, fuggitivo. Lui e la sua famiglia sono lì da generazioni, nonostante tutto. E nonostante tutto stanno bene, anzi benissimo.

Altre storie per un altro mondo

In un’ Europa sempre più lontana dalle sue origini e sempre più indirizzata verso politiche di chiusura, di respingimenti è più che mai necessario recuperare il filo conduttore di una società che contro le immagini, gli spot elettorali non solo esiste ma resiste. A Torre Melissa, lo scorso gennaio, un piccolo paese sulla costa ionica, numerosi cittadini, insieme al Sindaco Gino Murgi, svegliati dalle urla terrorizzate provenienti dalla spiaggia, sono accorsi  in soccorso di cinquantuno migranti curdi, giunti all’alba a bordo di un’imbarcazione a vela in balia delle onde. Tutto questo mentre in Italia e in Europa si discuteva su chi dovesse aprire i porti e ospitare i 49 disperati della Sea watch.  Scriveva Alex Langer nel suo Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica, nel lontano 1994, a pochi mesi dalla sua morte : Situazioni di compresenza di comunità di diversa lingua, cultura, religione, etnia sullo stesso territorio saranno sempre più frequenti, soprattutto nelle città. Questa, d’altronde, non è una novità. Anche nelle città antiche e medievali si trovavano quartieri africani, greci, armeni, ebrei, polacchi, tedeschi, spagnoli...e ancora: La convivenza pluri-etnica può essere percepita e vissuta come arricchimento ed opportunità in più piuttosto che come condanna: non servono prediche contro razzismo, intolleranza e xenofobia, ma esperienze e progetti positivi ed una cultura della convivenza. Dunque i popoli si sono sempre mossi e l’emigrazione è un fenomeno naturale, a distanza di oltre vent’anni gli scritti di Langer sono ancora attualissimi. Ora più che mai è  necessario nutrire la cultura della convivenza. I numeri   parlano chiaro, i dati forniti dallo stesso Ministero degli Interni evidenziano un calo degli sbarchi di oltre  l’ 80% dal 2017, anno in cui il Governo Giallo Verde era ancora ben lontano da esistere. Invece ciò che veramente è in aumento è il numero delle morti in mare: oltre 900 nel 2018  e purtroppo non saranno gli ultimi. Eppure, incuranti del dramma che  sta avvenendo in mare ogni giorno, dell’orrore dei lager libici, si continua ad alimentare una paura del diverso, specie se con la pelle scura, che genera violenza, intolleranza, mette gli uni contro gli altri. Ma per fortuna l’Italia non è Salvini, diceva questa estate Ada Colau, sindaca di Barcellona dal palco di Riace, nella serata culmine del Riace in Festival. Da questa piccolissima realtà calabrese arrivava un messaggio di speranza, nonostante i blocchi dei finanziamenti, nonostante l’accanimento nei confronti di un sindaco coraggioso. La solidarietà giunta a  Domenico Lucano e a Riace sembra incredibile e non sembra interrompersi: una raccolta fondi che nel giro di poco ha raccolto oltre trecentomila euro, iniziative ovunque di solidarietà, sono segnali di speranza, di azioni concrete di un’umanità che c’è, nonostante Salvini.  Ora sappiamo che Riace rinascerà grazie a tutti quelli che ci hanno creduto, tutti, tanti tantissimi che hanno iniziato a crederci. La Fondazione E’ stato il vento farà ripartire i progetti sospesi a Riace,  accoglierà di nuovo uomini e donne in cerca di pace, i laboratori riapriranno.   Riace e la sua piccola comunità sono di fatto diventi simbolo di un’umanità che esiste, senza distinzioni. Ma Riace non è sola. La Rete dei Comuni Solidali  – Re.Co.Sol. – dal 2004 accoglie nel suo interno comuni impegnati in progetti solidali, vicini alle esigenze dei più deboli. Nata  dall’iniziativa di un centinaio di comuni nel Piemontese per promuovere la cooperazione decentrata, attualmente conta circa trecento comuni. La loro è una  testimonianza controtendenza e il numero di adesioni alla rete è sempre in aumento.  I comuni di Bardonecchia e Oulx al confine con la Francia, collaborano   insieme  a 4 mediatori culturali Recosol per incontrare  le persone che vogliono avventurarsi in montagna, per cercare un passaggio oltre confine, per evitare  altre morti questa volta tra le nevi delle Alpi. In Sardegna, un piccolo comune del Cagliaritano, Samassi, arriva alle cronache nazionali perchè il suo sindaco, Enrico Pusceddu, invia una lettera alla sindaca leghista di Lodi che voleva vietare la mensa ai bambini extracomunitari. Nella lettera, Pusceddu descriveva la realtà del suo piccolo comune che amministra tra mille difficoltà, come quasi tutti i comuni italiani depauperati dai tagli drastici apportati dai governi centrali degli ultimi anni ma nonostante ciò spiegava alla sindaca Casanova  “…Se fosse necessario, ci rendiamo disponibili ad attivare qualsiasi iniziativa, anche di natura economica, per supportare il Comune di Lodi nella fornitura dei pasti a tutti i bambini stranieri che avessero difficoltà a produrre le certificazioni da voi richieste”. La storia si è poi felicemente conclusa grazie anche alla mobilitazione generale che il web ha generato. Petralia Sottana, un piccolissimo paese nelle Madonie in provincia di Palermo, decide di “rimodernare” la festa  delle tradizioni popolari introducendo ritmi e sapori di altri mondi, suscitando l’entusiasmo della piccola comunità. Grazie alla Rete, piccoli comuni si sono organizzati insieme e hanno realizzato progetti ambiziosi. Nell’Alto Vicentino, Santorso, un piccolo comune Recosol, è capofila di un progetto di accoglienza che coinvolge cinque comuni e che nasce già nel lontano 1990.

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Sant’Orso. Il sindaco Franco Balzi e la sua comunità. Per gentile concessione

In Friuli,  Mereto di Tomba, un comune di meno di 3000 anime, promuove una filiera intercomunale di aziende per la coltivazione e la trasformazione dei cereali prodotti con semi antichi. Nato nel 2015 Pan e farine dal Friûl di mieç (Pane e farina del Friuli di mezzo) è un progetto che coinvolge ben quindici aziende agricole con quaranta ettari disponibili in quattro comuni,  alcuni mulini, un essiccatoio e alcuni panificatori. Lo spirito che anima i comuni aderenti alla rete è perciò quello di unire le forze e realizzare insieme quello che da soli non sarebbero mai stati capaci di fare. La circolazione delle informazioni permette la creazioni di nuovi progetti, costruisce alleanze, crea sodalizi . Un esempio tra tutti il comune di Sambuco che con i suoi 98 abitanti è stato tra i primi ad aderire alla rete e  a promuovere progetti di cooperazione decentrata. All’inizio del 2000 quando i comuni disponevano di maggiori risorse, Recosol ha visto nascere moltissimi progetti solidali nel Sud del Mondo, con inizio e fine certi e soprattutto condivisibili da tutta la cittadinanza. Progetti che aiutavano anche a cambiare i propri stili di vita, a stimolare una maggiore coscienza civica. L’enorme risposta solidale da parte di singoli cittadini, comuni e associazioni ci fa ben sperare e siamo sempre più convinti della funzione che svolgono e svolgeranno le municipalità, le piccole comunità. L’attuale governo italiano non incoraggia certo le buone pratiche solidali anzi mira a trasmettere un’ immagine dei migranti distorta, volutamente strumentale. Proprio per questo e anche tenendo conto della situazione politica europea, Recosol si è impegnata nella formazione di una rete solidale di comuni europei – SOLIDA – per promuovere un’accoglienza pacifica ed efficace e sostenere le amministrazioni locali. Il primo documento è stato sottoscritto lo scorso 4 dicembre da 7 sindaci di 7 paesi europei a Gioiosa Jonica che è capofila del progetto, partito nel 2016. Attualmente sono membri attivi i comuni di Erdut (Croazia), Lousada (Portogallo), Santa Pola (Spagna, il primo comune ad accogliere i migranti sbarcati dall’Acquarius), Neapolis- Sykeon (Grecia), Novo Mesto (Slovenia), Birgu (Malta) e ovviamente Gioiosa Jonica ma si prevedono nuovi ingressi di municipalità anche di altri paesi europei attualmente non rappresentati. Si sta lavorando per costruire una rete di municipalità solidali per permettere ai nuovi cittadini europei di farne degnamente parte. Ora più che mai è necessario riportare l’attenzione sulle piccole realtà, dove la vita comunitaria è sicuramente più sentita, recuperare le tradizioni e tessere nuove relazioni. La diversità come valore e non come minaccia, la solidarietà come risposta alla xenofobia. Agisci localmente e pensa globalmente era uno degli slogan più sentiti nelle assemblee  Verdi degli anni ’80 insieme a Piccolo è bello. Erano anni in cui si cominciava a parlare di Globalizzazione, di cambiamenti tecnologici veloci, internet da lì a poco sarebbe diventato il mezzo principale di comunicazione mondiale e si sapeva. Cosa questo avrebbe realmente comportato non era chiaro ma forte era sentita, da parte di pacifisti, ecologisti e associazioni, la necessità di non disperdere le tradizioni locali delle comunità, come salvaguardia di un patrimonio culturale in via di estinzione. L’innovazione tanto incoraggiata dalla Sinistra, ora si doveva confrontare con questa nuova realtà. Oggi alla luce di quanto detto e nonostante tutto, possiamo affermare che questa eredità non è andata dispersa.

 

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