Libano, diario di viaggio 1

Cammino per Beirut sotto una pioggia sottile e costante. E’ una linea diritta, Damascus Road, una ferita aperta che ha lacerato la città per quindici anni, dal 1975 al 1990, durante la guerra civile, dividendola  in due aree: quella mussulmana e quella cristiana. Quindici lunghi anni in cui questa strada, lunga  quindici chilometri, si è trasformata nell’ennesima frontiera, nell’ennesimo punto di scontro. Mi guardo intorno cercando di  capire cosa realmente significhi vivere in una città come Beirut. Mi appare così, triste e provvisoria, un misto di sacro e profano dove non deve essere facile muoversi.20181205_123731 (1) Persino gli indirizzi delle abitazioni si costruiscono per associazioni d’idee: le strade non hanno nome, tranne le arterie principali, per cui per raggiungere un posto preciso bisogna mettere insieme diversi punti di riferimento e sperare che non cambino. Non esistono mezzi pubblici, ci si muove in taxi o a piedi e gli oltre due milioni di abitanti si arrangiano come possono. I nuovi ricchi girano in suv, gli altri con mezzi di fortuna. Ogni quartiere è organizzato in maniera autonoma e le varie confessioni religiose, le numerose popolazioni rappresentate, si auto sostengono come possono.  Nessuno dimentica a Beirut, nessuno vuole rimuovere questo passato troppo recente:  i suoi edifici con i segni dei mortai, i militari in assetto di guerra, le recinzioni… fanno da cornice ai cantieri dei grattaceli dei nuovi padroni del paese. 20181205_122413 (1)Eppure non c’è da aver paura, ci si muove senza timore tra il caos delle auto in fila perenne e l’ apparente apatia della gente comune, quella che ogni giorno prova a sopravvivere in una società che non riconosce l’individuo e i suoi bisogni. Il welfare non esiste a memoria d’uomo e l’incapacità di creare un governo a sette mesi dalle elezioni fa il resto.  Essere cittadini a Beirut non deve essere semplice, dicevamo. Convivono, non si sa bene come, 18 confessioni religiose e un numero sempre crescente di rifugiati siriani e profughi palestinesi. Un milione e mezzo per la precisione, per una popolazione di sei milioni di abitanti. Posti di blocco ovunque, giovani militari dietro sacchi di sabbia con mitra in mano, rimarcano la precarietà di un equilibrio delicatissimo, tutt’altro che rassicurante.  “Eppure a Beirut si vive bene, “ mi rassicurano.

 

Gli occidentali che vi risiedono non hanno problemi di sicurezza, le donne si muovono tranquille anche di notte e la cucina libanese è forse la presentazione migliore per un paese i cui toni sono tutti sul grigio. La grazia con cui combinano gli elementi è unica, i sapori freschi e delicati. Un’esplosione di vitalità che sorprende, dopo una giornata sotto la coltre di smog per le strade di Beirut. Nabil, il tassista che mi accompagna, mi avvisa che ha fiducia nei militari, molto meno della polizia. Aveva quattro anni quando è scoppiata la guerra civile, se la ricorda bene ma preferisce non parlarne. Così come non vuole identificarsi in nessuna fazione, lui guarda al futuro, al benessere, dice.”I militari ci difendono dall’invasione dei palestinesi, impediscono che arrivino in massa”. “Perché se riescono ad entrare, poi non se ne vanno”. La percezione è che  il dramma del popolo palestinese è visto dai libanesi come un’invasione senza soluzione di continuità, senza ritorno. “Ed è di fatto così”,    taglia corto Nabil. Mentre i siriani sono ospiti transitori che rientreranno prima o poi in patria, i palestinesi no. Intere generazioni di palestinesi sono cresciute in Libano senza di fatto esistere. Il Libano non ha firmato la Dichiarazione Internazionale dei diritti umani e non riconosce perciò lo stato di rifugiato. Non esiste un’anagrafe dei nuovi nati, non viene garantito nessun sostegno a queste persone. Niente assistenza sanitaria, diritto all’istruzione, alla sussistenza, niente di niente. Ufficialmente non esistono. Garantire dei diritti in un paese che di fatto non riconosce nessun diritto neanche ai libanesi è pura fantascienza. In Libano solo chi ha denaro può curarsi, può studiare, può comprarsi l’acqua potabile, può avere una dimora dignitosa e la forbice tra ricchi e poveri si allarga ogni giorno di più. La contraddizione è evidente, la si respira, la si vede nelle strade: innumerevoli cantieri aperti, palazzi in costruzione tra edifici maciullati dai colpi dei mortai che nessuno vuole demolire. Più auto che abitanti, Beirut è tutto questo insieme e cercarne l’identità culturale è una guerra persa. Le ONG sono presenti in Libano e svolgono un ruolo determinante per sopperire all’assenza di aiuti da parte dello stato. Amel  e Samusocial International agiscono nei campi profughi siriani con unità mobili di assistenza sanitaria, psicologica e scolastica. Amel ha costruito un presidio sanitario con attrezzature all’avanguardia che mette gratuitamente a disposizione di tutti. Insieme a partner importanti come Un Ponte per… lavorano su progetti di inclusione e formazione.

 

Il loro lavoro è qui fondamentale, sopperisce alle carenze di un ordine mondiale distratto e non curante. Un ordine che preferisce così: finanziare la cooperazione internazionale piuttosto che lavorare per impedire questo stato di cose. Lavorano bene, queste associazioni. Gli operatori sono  formati  e ben preparati a gestire situazioni a rischio, conoscono le problematiche di chi fugge e vive come braccato in un paese che non li vuole e che non riconosce loro neanche il diritto di esistere. Nabil parla inglese e si sente un uomo al passo coi tempi, ha viaggiato molto, è stato più volte in Europa. A Beirut c’è tanto lavoro ma viverci per lui è impossibile. Tutte le sere rientra a casa, a Sibli, a circa venti chilometri dalla capitale dove suo padre ha costruito un palazzo con quattro appartamenti, uno per ogni figlio. Ci andiamo. La strada corre verso sud, lungo la litoranea. Una lunghissima distesa di spiaggia rosa e palme. Un mare aperto invitante, anche a dicembre. A Nabir piace il mare, mi dice. Solo più tardi scoprirò che a Beirut nessuno ci va per fare il bagno. La città scarica direttamente in mare ed è diventato una fogna a cielo aperto, causa di violente dermatiti ed infezioni di ogni genere. Nelle case consigliano di non gettare carta igienica negli scarichi anche per questo motivo. Nella strada che sale su per la collina si ripete lo scenario di sempre: desolazione e costruzioni venute su senza logica, senza storia, senza senso. “Non ci sono piazze né punti di incontro nella Libano del futuro, troppo rischioso” penso mentre arriviamo a casa dei genitori di  Nabil. Una giovanissima ragazza di colore ci apre la porta, occhi bassi, sguardo triste. Incrocio i suoi occhi solo per un attimo ma mi trafiggono peggio di una lama.   A casa  serve una mano alla mamma, è lì per quello. Non dimenticherò mai quegli occhi, non saprò mai cosa celassero. Sembrano brave persone, la mamma di Nabil è molto giovane anche se il figlio ha superato la quarantina ma il padre ha almeno vent’anni di più. Mentre sorseggiamo il caffè mi mostrano dal terrazzo il giardino coltivato a melograni e mandarini… ci pensa il papà a coltivare quel fazzoletto di terra, da sempre. Sibli non ha negozi e Nabil dice che a loro non servono, se la cavano con quello che hanno, il resto lo porta lui dalla città. L’acqua potabile arriva in taniche da 12 litri e nonostante il costo esorbitante da loro non manca mai. Tutto sommato posso dire di essere entrata nella casa di una famiglia benestante. La sera mi spiegheranno che in Libano c’è un traffico di ragazze di colore che vivono come schiave e come tali sono trattate, senza speranze di riscatto, senza futuro. Alcune spariscono nel nulla, così come sono venute, altre subiscono ogni sorta di abusi e non avranno mai giustizia. Mai dare niente per scontato in Libano. Prima regola.

Links correlati:

https://english.palinfo.com/news/2018/12/18/Palestinian-child-dies-in-Lebanon-as-hospital-denies-him-treatment?fbclid=IwAR0pRhYeMyNFecfBwBv2kjCsIKPMmXRUpICCsmfnVwFwVAwU3t-cqCFuu2Y