Correva l’anno 2012

Voglio condividere questo documento del luglio 2012, scritto a quattro mani da due pacifiste storiche dell’Associazione per la pace di Milano e Schio. Un passato recente, solo sei anni fa ma da allora sembra passato un secolo per la storia di Riace e per quella del nostro paese. Nessuno o quasi conosceva Riace, nessuno se ne occupava. Viveva tranquillo la sua magnifica rinascita e idee e progetti si susseguivano tra la meraviglia di tutti. Maria Ripamonti era lì con la sua amica Odilla a condividere, come ogni anno, la bellezza di un paese che risorgeva giorno dopo giorno, tra recupero delle antiche tradizioni e nuove contaminazioni apportate dall’arrivo di migranti da ogni dove. Il racconto di un giorno di sole, iniziato di buon mattino per andare a raccogliere le ginestre nei campi,  prima che faccia troppo caldo, per lavorarle come si faceva una volta, anticamente in Calabria….subisce un brusco cambio di programma.  Quello che segue è la cronaca di due giorni  descritti da chi c’era. Non ho modificato nulla e null’altro vorrei aggiungere. Grazie Maria per aver conservato questo pezzetto di storia che tanto ha ancora da insegnarci.

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Durante la festa della ginestra, anche un commissario dei carabinieri può chiedere scusa

Eravamo pronte di prima mattina davanti a Palazzo Pinnaro’ a Riace per la consueta raccolta della ginestra nei campi arsi dal sole della campagna circostante, quando Stefano ci raggiunge per comunicarci la notizia dello sbarco nella notte di un centinaio di Kurdi sulla spiaggia, giunti a Riace Marina dopo un lungo viaggio a piedi, in camion e cinque giorni di navigazione…Sono 96 tra cui una decina di donne, alcuni bambini ( uno di 4 mesi) e bambine, ragazzi e adulti kurdi, provenienti dall’Iran, Iraq, un ragazzo afghano, tutti richiedenti asilo politico. Da quel momento inizia una due giorni di accoglienza e solidarietà da parte di alcune e alcuni di noi che ogni anno partecipiamo alla festa della ginestra, che vorremmo far conoscere alle amiche ed agli amici della rete di sostegno creatasi in questi anni intorno all’associazione Città Futura G.Puglisi ed alla Cooperativa il Borgo e il Cielo. I profughi sono stati accolti, durante la notte, nella casa del Pellegrino di Riace, una struttura della Diocesi della Locride, da tempo in stato di abbandono. Alla presenza del sindaco Domenico Lucano, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza,  abbiamo incontrato i rifugiati la mattina successiva e abbiamo collaborato alla distribuzione della colazione. Inizia così una conoscenza “simpatica” fatta di sorrisi, sguardi, strette di mano, semplici conversazioni, domande, risposte, per cercare di costruire insieme a loro la “storia” del difficile viaggio dal paese di origine fino a qui e capire i loro bisogni più urgenti. Il sindaco di Riace, predispone l’organizzazione del pranzo e della cena, affidati alla signora Nicolina, titolare di una pizzeria di Riace superiore attrezzata per preparare le 96 porzioni. Il caldo si fa sentire, ci si ripara all’ ombra del porticato e i rifugiati sono fuori dalla grande stanza che li ha accolti durante la notte, seduti sulle panchine a fumare, a turno, le due sigarette regalate loro dai carabinieri. Sono ansiosi di sapere quanti giorni dovranno rimanere lì, in attesa di essere identificati dalla Questura e destinati nei luoghi ufficiali per presentare la richiesta di rifugiato politico. Nel pomeriggio i nuclei familiari vengono portati a Siderno per l’identificazione e trovare un’altra sistemazione e con loro se ne va anche il giovane curdo che parla italiano. Nel gruppo di 26 persone rimaste, fra cui due coppie, c’è un ragazzo con una buona conoscenza del francese che, anche se con poco entusiasmo, ci riferisce le richieste logistiche minime di cui in quella situazione le persone hanno bisogno. riace2-5

Durante la notte un giovane cerca di fuggire ma si frattura una gamba e viene trasportato all’ospedale. Poco prima del pranzo del secondo giorno un ragazzo kurdo scappa e i due finanzieri addetti alla sorveglianza sono molto preoccupati delle conseguenze personali e di lavoro e ci chiedono di rimanere. L’atmosfera si trasforma, diventa tesa, tutti vengono fatti sedere a terra, il maresciallo comincia a gridare e a minacciarli di rinchiuderli nella stanza.

 

A questo punto ci sentiamo coinvolte emotivamente ed eticamente, dai toni aggressivi usati, dalla durezza del trattamento e mettiamo in gioco le nostre parole nonviolente, di intermediazione fra l’istituzione ed i rifugiati, al fine di tranquillizzare il gruppo che la scomparsa del ragazzo non avrebbe avuto ripercussioni su di loro se avessero continuato a mantenere il clima disteso di qualche ora prima. Non c’é verso. Le due signore delle coppie ancora presenti, vogliono andare via, in quanto uniche donne insieme a soli uomini; tutti vogliono potersi rinfrescare ed usare i bagni, cosa che per un guasto non é più possibile fare. Dopo aver messo a conoscenza il maresciallo che, nonostante la durezza iniziale sembrava aver capito le ragionevoli motivazioni delle richieste (per le mussulmane la promiscuità è un grave disagio), alle due coppie, dopo diverse telefonate, viene assicurato che verranno trasferite ed il guasto riparato. Gli sguardi dei rifugiati tuttavia non sono di fiducia, cerchiamo di tergiversare annunciando che per pranzo ci sarà un piatto di riso e pollo con patate. Cominciamo a distribuire il pranzo, quando improvvisamente, con irruenza, aggressività e carico di rabbia arriva un Commissario in borghese e comincia a prendere a calci le vaschette di riso e pollo. Ordina che per “sicurezza” non devono più muoversi, né mangiare, né fumare, né andare ai servizi anzi, dice “buttiamoli a mare …” e che la scomparsa del ragazzo curdo è un grosso problema. Odilla lo prega di calmarsi e di non trattare in quel modo le persone. Il Commissario, sempre urlando, ribadisce che “qui comando io e lei non deve intromettersi”. Seduti per terra, immobili, i profughi guardano atterriti quest’uomo vestito con pantaloni arancione e camicia gialla, verde di rabbia, camminare avanti e indietro senza fermarsi. A questo punto arriva Domenico Lucano, sindaco di Riace: non mancano le accuse da parte sua di comportamenti inaccettabili delle forze dell’ordine verso i rifugiati, cui, a Riace, “siamo abituati a riservare un altro tipo di accoglienza”. Dal gruppo si alza un signore kurdo iracheno, bruno con baffi neri e ben vestito (successivamente abbiamo saputo che suo fratello è coordinatore dei rifugiati in Norvegia), camicia azzurra e pantaloni blu, non stropicciati (dopo 5 giorni di navigazione …..inspiegabile) e si rivolge al commissario in kurdo; scatta in piedi l’interprete: “Siamo scappati dal nostro paese per sfuggire ai maltrattamenti, alle discriminazioni, al carcere, alle torture , alla morte e non vogliamo essere trattati, qui in Italia, come delle bestie. Pensavamo di incontrare persone che ci proteggessero, proprio perché proveniamo da paesi dove siamo costantemente in pericolo di vita e siamo visti come ingombranti e pericolosi. Questo comportamento è vergognoso.” Incalza un altro : “perché dobbiamo essere trattati in questo modo, solo perché uno di noi è scappato?”Riproviamo a usare parole convincenti, nonviolente, coinvolgendo anche il maresciallo che poche ore prima aveva risolto alcuni problemi.

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Sciopero della fame . Ammutinamento!!! Nessuno mangia. La tensione sale: sono circa le 14. L’invito del maresciallo, del sindaco, del commissario a mangiare non viene accolto. Il commissario tace, il maresciallo lo guarda come per rimproverarlo, di aver rovinato tutto il suo, e nostro, lavoro di intermediazione della mattinata. Inaspettatamente riappare il ragazzo scomparso. Il suo ritorno però non serve a modificare la scena: tutti seduti per terra, sui materassi, le vaschette di alluminio mezze aperte, alcune ancora chiuse. Dopo ripetuti inviti a riprendere a mangiare, si avvicina il commissario e parla al gruppo “Voi dovete capirmi, quando sono arrivato ero nervoso e preoccupato, la scomparsa del ragazzo del gruppo avrebbe causato grossi problemi per il nostro lavoro, cercheremo di fare al più presto i trasferimenti per l’identificazione; vi chiedo tuttavia di riprendere a mangiare”. Il signore con la camicia azzurra e i pantaloni blu riprende la parola, dopo aver parlato con il gruppo “se ci garantite che domani andremo via di qui possiamo riprendere a mangiare, ma lo faremo anche perché Maria e Odilla si sono prodigate per farci trattare in modo più umano.” Non posso garantirvelo, ma faremo il possibile per trasferirvi al più presto”. Nel gruppo si accende una discussione, non tradotta che dura a lungo. Nessuno prende parola. Il commissario ritorna nella stanza rivolgendosi al gruppo “ come vi ho detto ero nervoso, vi chiedo ancora una volta di continuare a mangiare e vi chiedo scusa per prima ” .L’interprete del gruppo, stizzito, forse perché nessuno riprende a mangiare, prende le sue vaschette, guarda i suoi compagni e comincia per primo a mangiare. Gli altri lo seguono con lentezza; ma non tutti. Chi mangia esce sulle panchine, all’ ombra dove la temperatura è sopportabile mentre gli altri restano sdraiati sui materassi all’ interno,  senza mangiare. Mezz’ ora dopo tutto il gruppo riprende a mangiare. Il Commissario, con nostra meraviglia, passa con la ciotola a distribuire fette di melone a tutti. Noi siamo soddisfatte del nostro intervento pacificatore, il maresciallo crede che anche lui sia stato di aiuto, il Commissario non si sente “più in pericolo” e crediamo che i ragazzi curdi abbiano dato una lezione al commissario, di cui tutti avremmo tuttavia fatto a meno.

Maria, Odilla,

Associazione per la Pace di Milano e di Schio

Luglio 2012

 

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