Provincia di Reggio Calabria. La punta dello Stivale che da Villa San Giovanni sale su per i due mari, lo Jonio e il Tirreno. Terra di passaggio e di mescolanze culturali da sempre e da sempre terra di migrazioni. Riace è negli ultimi metri di confine orientale, più vicina a Catanzaro che a Reggio, sullo Jonio. San Ferdinando è invece un paese della piana di Gioia Tauro, sul Tirreno nel margine occidentale… La statale 682 le collega in un’ora. In mezzo l’Aspromonte che traccia una demarcazione netta tra questi due mondi amministrati dalla stessa Prefettura. Salgo da Gioiosa lasciandomi alle spalle Riace e la sua storia di accoglienza diffusa, tra le case del borgo, bimbi che giocano per le strade, migranti e riacesi a braccetto. Nonostante oltre due anni di blocco dei finanziamenti originati da ben quattro ispezioni della Prefettura, due a favore e due contrarie,  Riace resiste. Il suo sindaco, Domenico Lucano, trova ancora il tempo di emozionarsi di fronte alla gioia dei bambini e si fa coraggio, soprattutto per loro. 20180721_180634

Ha sacrificato gli ultimi 20 anni di vita per realizzare un sogno di uguaglianza sociale, per dimostrare che la giustizia sociale non solo è un dovere ma soprattutto una necessità per superare le insidie di una società basata esclusivamente sulle regole del mercato. “Gli esseri umani non sono merce” ripete “chi siamo noi per impedire ad un essere umano di vivere libero, fuori dalle guerre e dalla miseria?” E così a Riace negli anni sono arrivati in tanti, uomini, donne e bambini in fuga, e non si è badato se inseriti o meno nei circuiti ufficiali, se avessero o meno completato l’iter burocratico per i richiedenti asilo, se fossero o meno diniegati. Per Lucano era umanità in cerca di aiuto, punto. 20180713_194353Solo nel 2017 ci sono stati oltre 150 migranti a Riace fuori dallo Sprar e dai Cas che hanno trovato un rifugio dignitoso tra le casette del borgo. Anche Beckie Moses, di cui abbiamo già raccontato il dramma (vedi: https://tralerigheweb.wordpress.com/2018/02/18/ciao-becky/), era tra questi. Era possibile soccorrere tutti con i 35 euro che venivano inviati per i migranti in regola. In Calabria ripetono spesso che “dove si mangia in 3 si mangia pure in 4” e così è stato, da sempre. Fino a quando la storia di questo piccolo paese è balzata agli occhi del mondo intero grazie, o a causa, della rivista Fortune, autorevole testata americana che nel marzo 2016 ha inserito Domenico Lucano tra i 50 uomini più influenti del pianeta. riace2-3Qualcuno si è accorto che questo paesino nella Locride stava facendo qualcosa di importante, rivoluzionario: stava dimostrando al mondo intero che l’immigrazione non solo è inevitabile ma anche auspicabile perché crea benessere diffuso, posti di lavoro e ripopola i borghi semi abbandonati. Riace nel 1998, anno del primo sbarco dei Curdi, era un paese destinato a morire, senza giovani né speranze. Oggi conta oltre 1600 abitanti.WP_20180412_15_51_32_Pro Prima del blocco dei finanziamenti, erano state assunte oltre 80 persone, si erano avviate molte attività commerciali e si erano realizzate numerose opere pubbliche. Al posto delle discariche oggi ci sono parchi giochi, sentieri attrezzati, una fattoria didattica. Pochi mesi dopo la nomina di Fortune, a giugno 2016, inizia il calvario. Da allora sono iniziate ispezioni, bliz della Guardia di Finanza, contro ispezioni e una serie di ingiurie, sempre anonime, contro l’operato di Lucano. Il nuovo Prefetto, Michele di Bari, inseritosi a fine agosto 2016, sembra essere determinato a rendere la vita difficile a questo paese e di mezzi ne ha, eccome. Fioccano avvisi di garanzia per abuso di ufficio e appropriazione indebita a seguito di estenuanti indagini della Procura di Locri che sappiamo non porteranno a nulla ma intanto il tempo passa. La fiction girata nel 2017 Tutto il mondo è paese e co-prodotta dalla Rai, resta nel cassetto. Non andrà in onda per ora nonostante sia costata ben 150 mila euro al giorno per oltre un mese di lavorazione. È evidente però che una storia come questa è controtendenza, rispetto al messaggio xenofobo che si vuole mandare. “Fortune non ha portato fortuna a Riace” penso, mentre pian piano mi avvicino al Tirreno, verso Rosarno, e nonostante il gioco di parole non mi viene da ridere. San Ferdinando arriva improvvisamente dopo chilometri tra il nulla e filari di oleandri. Da una parte, la nuova tendopoli allestita dal Ministero dell’Interno con tanto di recinzione e pass, dall’altra una distesa sterminata di vecchie tende e baracche.SANFERDINANDO.jpg Senza servizi igienici. WP_20180412_12_53_29_Pro.jpg“C’erano un tempo” mi dice Ali, 32 enne del Gambia da qualche tempo residente lì, in una delle baracche con tanto di numero civico. Non c’è elettricità e l’acqua, che arriva solo poche ore al giorno, non è potabile. 20180723_154245.jpgNiente fognature ovviamente, né tanto meno raccolta differenziata. Senza alberi intorno, San Ferdinando sembra un girone infernale che ti stronca subito, appena scendi dall’auto. L’odore è nauseabondo, la sporcizia ovunque. Qui vi risiedono mediamente 2000 immigrati, alcuni regolari che sperano di fare “il salto di qualità” e passare alla tendopoli nuova dove almeno ci sono i bagni, e molti imboscati, persone senza identità che aspettano la stagione degli agrumi per farsi sfruttare dall’ ‘Ndrangheta. Peppino Lavorato, ex sindaco comunista di Rosarno e figura storica della resistenza anti mafiosa nella piana di Gioia Tauro, racconta di quanti ragazzi di colore senza nome né identità già negli anni ’90 sono scomparsi nel nulla, seppelliti nelle campagne o buttati a mare solo per essersi ribellati allo sfruttamento. Ecco, San Ferdinando è tutto questo. IMG-20180722-WA0007La decorosa dignità con cui gli ospiti vivono i loro ambienti cozza con quello che in realtà è: una vergognosa banca di carne da macello a disposizione dei caporali ndranghetisti. La polizia vigila che resti tutto così, che nessuno protesti e che tutto si mantenga senza complicazioni. Una distesa di uomini e donne a disposizione, a basso, anzi bassissimo costo e senza rischi. “Anche lo stato e l’amministrazione comunale sono complici di questa infamia: il comune rilascia tranquillamente la residenza purché si comunichi il numero civico della baracca che si sceglie come domicilio” incalza Alì. Alcuni migranti se la sono costruita da soli e anche se non ci sono, ne restano i “proprietari”, altri occupano “residenze” abbandonate, il turn over è continuo e dipende dalle stagioni agricole. In estate molti si spostano verso Foggia a farsi sfruttare dalla Sacra Corona Unita per la raccolta dei pomodori. Le donne fantasmi nascosti a dormire durante il giorno, appaiono solo dopo le diciotto prima di affrontare un’altra notte sui marciapiedi. Se si supera l’impatto iniziale, pian piano la visione prende forma, l’obiettivo oculare si posiziona su immagini nitide e appare il bar, lo spaccio, il suck.

20180723_161108.jpg

 

La massa indefinita di baracche si configura in una piccola comunità dove ci si arrangia come si può. C’è persino il meccanico di biciclette all’interno della tendopoli di San Ferdinando. Nonostante il razionamento dell’acqua, le persone sono pulite, i loro ambienti hanno una logica tra la follia di questo posto. La loro composta dignità viene da tradizioni antiche e sanno perciò cavarsela in quell’inferno. Nell’agosto 2017 viene inaugurata la nuova tendopoli, “munita di ogni comfort” “per facilitare il soggiorno dei lavoratori stagionali” dichiareranno con candore le testate locali dopo la conferenza stampa del Prefetto. In pratica un campo di concentramento per schiavi neri sfruttati dai caporali con i soldi del Ministero dell’Interno, il cui logo appare ovunque. Si disse anche che contestualmente si sarebbe provveduto allo smantellamento della vecchia baraccopoli ma, sarà forse un dettaglio irrilevante, è ancora lì. Le pantere della polizia e della Guardia di Finanza pattugliano la zona. Il Prefetto Di Bari è passato di recente con Salvini e molti hanno notato gli sguardi ammiccanti tra i due, quando Salvini chiedeva ai migranti che mestiere facessero. Tutto normale lì. Non c’è bisogno di fare un’inchiesta, di mandare degli ispettori a verificare le condizioni di questa maledetta baraccopoli dove lo scorso inverno 200 baracche hanno preso fuoco e una donna, Beckie Moses è morta arsa viva.WP_20180412_12_42_53_Pro.jpg Destino vuole che Beckie venisse da Riace dove era vissuta per due anni da donna libera, probabilmente gli unici suoi anni da persona normale, colpevole solo di essere voluta sfuggire ad un destino di prostituzione segnato dalla mafia nigeriana. A Riace Beckie era serena e a Riace voleva rimanere. C’è un detto africano che recita più o meno così: l’unica cosa certa è il luogo dove si è nati e la nostra casa è il luogo dove stiamo bene. Beckie lo diceva a tutti che stava a casa, a Riace. Il blocco dei finanziamenti da parte della Prefettura di Reggio ha costretto Lucano, suo malgrado, a chiudere i CAS (centri di accoglienza straordinari) nel dicembre 2017 e Beckie, insieme a numerosi altri, è dovuta partire. La sua destinazione finale è stata San Ferdinando dove, forse per pudore, si faceva chiamare Amina. Non era più Beckie e non lo sarà stata mai più. Le sue spoglie hanno trovato pace soltanto a maggio, quando il sindaco di Riace si è offerto di pagare il funerale, dato che nessuno voleva prendersi questa costosa incombenza. Per cosa poi? Una prostituta di colore? Sulla sua lapide c’è però il suo nome, quello con cui si faceva chiamare qui: Beckie Moses. Questa morte si poteva evitare se Riace fosse stata in grado di continuare a lavorare, se il prefetto Di Bari avesse posto fine a questo assurdo embargo su Riace. A San Ferdinando la ricordano tutti, Amina. Sulle ceneri della sua baracca ora ne sorge un’altra e molte altre ancora stanno prendendo forma. Non sembra un campo profughi in dismissione, anzi. Le tende logore con la scritta MINISTERO DEGLI INTERNI sono ovunque, tra le baracche di plastica e lamiera. “Le procedure per avere il permesso di soggiorno richiedono circa 6, 7 mesi” continua Alì “e dopo due anni si ricomincia da capo con la procedura di identificazione. Ogni giovedì bisogna andare a Gioia Tauro per il controllo delle impronte digitali”. Questo per i così detti “regolari”. Gli altri, i senza nome, i diniegati semplicemente non esistono. “Non abbiamo assistenza sanitaria, acqua potabile, servizi igienici. Ogni cosa se si vuole si deve pagare.” C’è voluta un’altra morte assurda perché si riparlasse di San Ferdinando, perché il Presidente della Camera Fico, imbarazzatissimo, venisse a vedere. Soumayla Sacko, sindacalista USB maliano, è stato ucciso nelle vicinanze mentre raccoglieva lamiere in una fabbrica dismessa. Insieme a lui altri due, feriti di striscio dai pallettoni sparati dal fucile di un bianco, Antonio Pontoriero, arrestato pochi giorni dopo dal pm Ciro Lotoro. Un assassinio sfrontato da Far West. I tre uomini stavano cercando materiale per costruire l’ennesima capanna a San Ferdinando. Il dolore e lo sgomento dei braccianti presenti a San Ferdinando si è trasformato in una rivolta e in moltissimi hanno sfilato sino al Comune a chiedere giustizia e dignità. L’opinione pubblica ha visto sui canali nazionali la baraccopoli e ha avuto notizia delle numerose manifestazioni che si sono susseguite. “Cambiare tutto perché tutto resti uguale”, parafrasando il principe di Salina, e così dopo i riflettori ora tutto è tornato come prima. A distanza dal mio primo incontro con gli “ospiti” di San Ferdinando posso però dire che oggi i migranti vogliono parlare e raccontare le loro storie. Più di prima conoscono i loro diritti e i nostri doveri e si stanno organizzando. Se qualcosa cambierà a San Ferdinando sarà solo per merito loro. Il prefetto Michele di Bari ha altro a cui pensare… quando Lucano dice che “non esiste legalità senza giustizia” intende proprio questo, e la sua disobbedienza civile dalla parte degli ultimi è un’isola nel mare di qualunquismo in cui viviamo.

Per chi volesse saperne di più:

https://.wordpress.com/2016/06/16/6-9-giugno-riace-lutopia-concreta/

https://tralerigheweb.wordpress.com/2017/01/17/riace-la-realta-concreta-oltre-lutopia/

http://parlamento16.openpolis.it/atto/documento/id/74448

Correva l’anno 2012

Voglio condividere questo documento del luglio 2012, scritto a quattro mani da due pacifiste storiche dell’Associazione per la pace di Milano e Schio. Un passato recente, solo sei anni fa ma da allora sembra passato un secolo per la storia di Riace e per quella del nostro paese. Nessuno o quasi conosceva Riace, nessuno se ne occupava. Viveva tranquillo la sua magnifica rinascita e idee e progetti si susseguivano tra la meraviglia di tutti. Maria Ripamonti era lì con la sua amica Odilla a condividere, come ogni anno, la bellezza di un paese che risorgeva giorno dopo giorno, tra recupero delle antiche tradizioni e nuove contaminazioni apportate dall’arrivo di migranti da ogni dove. Il racconto di un giorno di sole, iniziato di buon mattino per andare a raccogliere le ginestre nei campi,  prima che faccia troppo caldo, per lavorarle come si faceva una volta, anticamente in Calabria….subisce un brusco cambio di programma.  Quello che segue è la cronaca di due giorni  descritti da chi c’era. Non ho modificato nulla e null’altro vorrei aggiungere. Grazie Maria per aver conservato questo pezzetto di storia che tanto ha ancora da insegnarci.

WP_20170610_19_42_48_Pro

 

 

Durante la festa della ginestra, anche un commissario dei carabinieri può chiedere scusa

Eravamo pronte di prima mattina davanti a Palazzo Pinnaro’ a Riace per la consueta raccolta della ginestra nei campi arsi dal sole della campagna circostante, quando Stefano ci raggiunge per comunicarci la notizia dello sbarco nella notte di un centinaio di Kurdi sulla spiaggia, giunti a Riace Marina dopo un lungo viaggio a piedi, in camion e cinque giorni di navigazione…Sono 96 tra cui una decina di donne, alcuni bambini ( uno di 4 mesi) e bambine, ragazzi e adulti kurdi, provenienti dall’Iran, Iraq, un ragazzo afghano, tutti richiedenti asilo politico. Da quel momento inizia una due giorni di accoglienza e solidarietà da parte di alcune e alcuni di noi che ogni anno partecipiamo alla festa della ginestra, che vorremmo far conoscere alle amiche ed agli amici della rete di sostegno creatasi in questi anni intorno all’associazione Città Futura G.Puglisi ed alla Cooperativa il Borgo e il Cielo. I profughi sono stati accolti, durante la notte, nella casa del Pellegrino di Riace, una struttura della Diocesi della Locride, da tempo in stato di abbandono. Alla presenza del sindaco Domenico Lucano, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza,  abbiamo incontrato i rifugiati la mattina successiva e abbiamo collaborato alla distribuzione della colazione. Inizia così una conoscenza “simpatica” fatta di sorrisi, sguardi, strette di mano, semplici conversazioni, domande, risposte, per cercare di costruire insieme a loro la “storia” del difficile viaggio dal paese di origine fino a qui e capire i loro bisogni più urgenti. Il sindaco di Riace, predispone l’organizzazione del pranzo e della cena, affidati alla signora Nicolina, titolare di una pizzeria di Riace superiore attrezzata per preparare le 96 porzioni. Il caldo si fa sentire, ci si ripara all’ ombra del porticato e i rifugiati sono fuori dalla grande stanza che li ha accolti durante la notte, seduti sulle panchine a fumare, a turno, le due sigarette regalate loro dai carabinieri. Sono ansiosi di sapere quanti giorni dovranno rimanere lì, in attesa di essere identificati dalla Questura e destinati nei luoghi ufficiali per presentare la richiesta di rifugiato politico. Nel pomeriggio i nuclei familiari vengono portati a Siderno per l’identificazione e trovare un’altra sistemazione e con loro se ne va anche il giovane curdo che parla italiano. Nel gruppo di 26 persone rimaste, fra cui due coppie, c’è un ragazzo con una buona conoscenza del francese che, anche se con poco entusiasmo, ci riferisce le richieste logistiche minime di cui in quella situazione le persone hanno bisogno. riace2-5

Durante la notte un giovane cerca di fuggire ma si frattura una gamba e viene trasportato all’ospedale. Poco prima del pranzo del secondo giorno un ragazzo kurdo scappa e i due finanzieri addetti alla sorveglianza sono molto preoccupati delle conseguenze personali e di lavoro e ci chiedono di rimanere. L’atmosfera si trasforma, diventa tesa, tutti vengono fatti sedere a terra, il maresciallo comincia a gridare e a minacciarli di rinchiuderli nella stanza.

 

A questo punto ci sentiamo coinvolte emotivamente ed eticamente, dai toni aggressivi usati, dalla durezza del trattamento e mettiamo in gioco le nostre parole nonviolente, di intermediazione fra l’istituzione ed i rifugiati, al fine di tranquillizzare il gruppo che la scomparsa del ragazzo non avrebbe avuto ripercussioni su di loro se avessero continuato a mantenere il clima disteso di qualche ora prima. Non c’é verso. Le due signore delle coppie ancora presenti, vogliono andare via, in quanto uniche donne insieme a soli uomini; tutti vogliono potersi rinfrescare ed usare i bagni, cosa che per un guasto non é più possibile fare. Dopo aver messo a conoscenza il maresciallo che, nonostante la durezza iniziale sembrava aver capito le ragionevoli motivazioni delle richieste (per le mussulmane la promiscuità è un grave disagio), alle due coppie, dopo diverse telefonate, viene assicurato che verranno trasferite ed il guasto riparato. Gli sguardi dei rifugiati tuttavia non sono di fiducia, cerchiamo di tergiversare annunciando che per pranzo ci sarà un piatto di riso e pollo con patate. Cominciamo a distribuire il pranzo, quando improvvisamente, con irruenza, aggressività e carico di rabbia arriva un Commissario in borghese e comincia a prendere a calci le vaschette di riso e pollo. Ordina che per “sicurezza” non devono più muoversi, né mangiare, né fumare, né andare ai servizi anzi, dice “buttiamoli a mare …” e che la scomparsa del ragazzo curdo è un grosso problema. Odilla lo prega di calmarsi e di non trattare in quel modo le persone. Il Commissario, sempre urlando, ribadisce che “qui comando io e lei non deve intromettersi”. Seduti per terra, immobili, i profughi guardano atterriti quest’uomo vestito con pantaloni arancione e camicia gialla, verde di rabbia, camminare avanti e indietro senza fermarsi. A questo punto arriva Domenico Lucano, sindaco di Riace: non mancano le accuse da parte sua di comportamenti inaccettabili delle forze dell’ordine verso i rifugiati, cui, a Riace, “siamo abituati a riservare un altro tipo di accoglienza”. Dal gruppo si alza un signore kurdo iracheno, bruno con baffi neri e ben vestito (successivamente abbiamo saputo che suo fratello è coordinatore dei rifugiati in Norvegia), camicia azzurra e pantaloni blu, non stropicciati (dopo 5 giorni di navigazione …..inspiegabile) e si rivolge al commissario in kurdo; scatta in piedi l’interprete: “Siamo scappati dal nostro paese per sfuggire ai maltrattamenti, alle discriminazioni, al carcere, alle torture , alla morte e non vogliamo essere trattati, qui in Italia, come delle bestie. Pensavamo di incontrare persone che ci proteggessero, proprio perché proveniamo da paesi dove siamo costantemente in pericolo di vita e siamo visti come ingombranti e pericolosi. Questo comportamento è vergognoso.” Incalza un altro : “perché dobbiamo essere trattati in questo modo, solo perché uno di noi è scappato?”Riproviamo a usare parole convincenti, nonviolente, coinvolgendo anche il maresciallo che poche ore prima aveva risolto alcuni problemi.

WP_20170831_17_33_40_Pro

Sciopero della fame . Ammutinamento!!! Nessuno mangia. La tensione sale: sono circa le 14. L’invito del maresciallo, del sindaco, del commissario a mangiare non viene accolto. Il commissario tace, il maresciallo lo guarda come per rimproverarlo, di aver rovinato tutto il suo, e nostro, lavoro di intermediazione della mattinata. Inaspettatamente riappare il ragazzo scomparso. Il suo ritorno però non serve a modificare la scena: tutti seduti per terra, sui materassi, le vaschette di alluminio mezze aperte, alcune ancora chiuse. Dopo ripetuti inviti a riprendere a mangiare, si avvicina il commissario e parla al gruppo “Voi dovete capirmi, quando sono arrivato ero nervoso e preoccupato, la scomparsa del ragazzo del gruppo avrebbe causato grossi problemi per il nostro lavoro, cercheremo di fare al più presto i trasferimenti per l’identificazione; vi chiedo tuttavia di riprendere a mangiare”. Il signore con la camicia azzurra e i pantaloni blu riprende la parola, dopo aver parlato con il gruppo “se ci garantite che domani andremo via di qui possiamo riprendere a mangiare, ma lo faremo anche perché Maria e Odilla si sono prodigate per farci trattare in modo più umano.” Non posso garantirvelo, ma faremo il possibile per trasferirvi al più presto”. Nel gruppo si accende una discussione, non tradotta che dura a lungo. Nessuno prende parola. Il commissario ritorna nella stanza rivolgendosi al gruppo “ come vi ho detto ero nervoso, vi chiedo ancora una volta di continuare a mangiare e vi chiedo scusa per prima ” .L’interprete del gruppo, stizzito, forse perché nessuno riprende a mangiare, prende le sue vaschette, guarda i suoi compagni e comincia per primo a mangiare. Gli altri lo seguono con lentezza; ma non tutti. Chi mangia esce sulle panchine, all’ ombra dove la temperatura è sopportabile mentre gli altri restano sdraiati sui materassi all’ interno,  senza mangiare. Mezz’ ora dopo tutto il gruppo riprende a mangiare. Il Commissario, con nostra meraviglia, passa con la ciotola a distribuire fette di melone a tutti. Noi siamo soddisfatte del nostro intervento pacificatore, il maresciallo crede che anche lui sia stato di aiuto, il Commissario non si sente “più in pericolo” e crediamo che i ragazzi curdi abbiano dato una lezione al commissario, di cui tutti avremmo tuttavia fatto a meno.

Maria, Odilla,

Associazione per la Pace di Milano e di Schio

Luglio 2012