Ciao Becky!

Becky Moses veniva dalla Nigeria. Aveva fatto tanta strada, oltre tre anni fa, per fuggire da quello che sembrava il suo destino segnato: una vita di miseria e prostituzione, sempre sottomessa ad una  Madame al soldo della terribile mafia nigeriana che recluta giovani donne, le massacra di botte, le schiavizza e costringe a prostituirsi. Se n’era andata appena ventenne, sola, affrontando un viaggio interminabile e rocambolesco per sfuggire a questo destino, per cercare di essere libera. Ha attraversato il mare e miracolosamente viva, ha finalmente trovato accoglienza in Italia dove ha iniziato l’iter per ottenere lo status di rifugiata. In attesa era stata inviata a Riace. Non è difficile credere che i suoi anni più belli li abbia trascorsi lì. Due anni per l’esattezza.  Due anni in cui, in questo piccolo paesino calabro con poco più di 1200 abitanti, di cui quasi metà immigrati, Becky ha vissuto libera, finalmente. Una piccola comunità in cui ci si conosce tutti e Becky non passava certo inosservata. “Faceva colazione sempre con due cappuccini” – dice Alessio del bar centrale “e appena poteva, offriva dolcetti e gelati ai bimbi”. Sorrideva. Sempre. Aveva un alloggio, condiviso con altre sue coetanee e guardava con fiducia al futuro. Aveva ricevuto una carta d’identità dal sindaco Domenico Lucano che unico in questo mondo indifferente, aveva voluto riconoscerle la dignità di essere umano: un pezzo di carta che ufficialmente dichiarava un nome, un cognome… uno stato di diritto insomma, diritto di esistere.

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Sul suo profilo fb rispondeva agli amici, quando le chiedevano dove si trovava che lei era a casa, semplicemente. Era lo scorso luglio, tra gli ultimi post pubblicati. E come nel monologo di  Bernard-Marie Koltès ‘La notte poco prima della foresta’ magistralmente interpretato da Pierferdinando Favino a San Remo, Becky  Moses aveva viaggiato a lungo per trovare la sua casa, aveva sofferto, era stata violata e umiliata e sempre cacciata. A Riace viveva finalmente libera, senza il timore di doversi guardare le spalle. Una conquista che suona come un dono per chi ha cercato questa dimensione un’intera vita. Si riteneva fortunata Becky ad essere arrivata lì. Con i bonus che riceveva ogni mese provvedeva al suo sostentamento, sceglieva quando e cosa mangiare, come spenderli e se spenderli. In paese la conoscevano tutti, tutti ricordano il suo sorriso. Poi tutto precipita. Dopo un anno di assenza di erogazione fondi da parte della Prefettura di Reggio Calabria e innumerevoli inchieste sull’operato di questo sindaco che non si capisce come faccia ad accogliere sempre e comunque tutti, si decide per la chiusura dei CAS. E’ il 28 dicembre 2017. Una decisione sofferta e forse troppo a lungo rimandata. La speranza che la Giustizia, quella con la G maiuscola, quella degli onesti, trionfasse sull’ignoranza e il potere della burocrazia, animava tutti, nonostante le enormi difficoltà che un anno senza alcun finanziamento possono recare. Un anno durissimo per Riace e i riacesi, per Domenico Lucano, il sindaco che tutto il mondo ci invidia e che da’ fastidio, tanto fastidio. La Locride si sa non è terra facile. Dopo avergli sparato, bruciato la macchina, ucciso i cani ora si lavora per infangare il suo operato. Becky e tutti gli ospiti dei CAS devono partire, lasciare Riace e andare a Crotone, uno dei CARA più grandi d’Italia. Rosy, mentre tesse un arazzo, mi racconta che “nessuno vuole andare a Crotone, le persone vengono tenute rinchiuse e viene dato loro da mangiare e da dormire. Non possono fare nulla, uscire, scegliere come e cosa mangiare, vivere insomma”. E’ un enorme parcheggio dove non si fa altro  che aspettare. “Qui Becky era libera. Libera di uscire, studiare, pensare al futuro”. Una libertà conquistata a fatica a cui non voleva rinunciare. Scappa una volta da Crotone e ritorna a casa, a Riace. Non può stare, non può più stare le dicono….tutto ciò avviene mentre Riace è sotto il gioco del ricatto economico e fronteggia debiti, distacchi della luce nelle abitazioni, licenziamenti. I soldi continuano a non arrivare, la burocrazia  sa essere lenta, molto lenta. La stessa burocrazia che non è andata tanto per il sottile quando, in piena emergenza sbarchi, supplicava Domenico Lucano di accogliere tutti, quanti e più poteva. La burocrazia allora ha preteso e ottenuto risposte pronte e veloci che solo chi ha a cuore l’umanità può dare, senza badare ai regolamenti e alle normative… ma Becky non poteva sapere né capire tutto questo, capiva solo che il suo sogno era ancora una volta infranto. La libertà tanto sofferta aveva una scadenza, l’ora d’aria era finita. Becky si è vista  ancora una volta scippare la libertà conquistata. “Tutto tranne questo”, deve aver pensato. Va a  Reggio Calabria, vuole a tutti costi ritornare a Riace. Il suo status di diniegata, nel frattempo convalidato, non lasciava però speranze: la legge parla chiaro e lei non è   che una delle tante. Non so cosa sia passato per la testa di Becky, quale reazione le ha provocato il sentirsi disconoscere quell’identità faticosamente conquistata ma di fatto, disperatamente, decide di vivere in clandestinità ma libera. Non sarebbe tornata tra le mura del carcere di Crotone, no, non sarebbe rientrata in Nigeria. La sua fuga la porta a San Ferdinando, una tendopoli dove vivono, nella stagione di raccolta degli agrumi, in oltre 1800 per lo più rifugiati, richiedenti asilo provenienti dal Ghana, Nigeria, Burkina Faso. Una distesa di baracche e tende istallate nel 2010 dal Ministero dell’Interno  senza acqua, servizi igienici e luce. Doveva essere una sistemazione provvisoria, per fronteggiare l’emergenza ma si sa che in Italia non c’è niente di più definitivo del provvisorio. Il pavimento non c’è, solo terra battuta e pagliericci dove riposare. La sera, quando cala  la luce, gli “ospiti” accendono dei falò improvvisati dove cucinano e si scaldano… poi ognuno si ricaccia nel buio delle proprie baracche e aspetta il giorno successivo. Un giorno uguale all’altro  dove, per sopravvivere, gli uomini  raccolgono agrumi, 1 euro a cassetta i mandarini, 0,50 le arance. Chi non ha un mezzo proprio deve pagare per essere portato sui campi di raccolta e qui, come  al Cara di Mineo, i caporali mafiosi gestiscono il florido traffico di masse umane che si spostano a caro prezzo per pochi chilometri. Le donne si arrangiano con la prostituzione. A San Ferdinando Becky si fa chiamare Amina e ricomincia da dove era partita, si organizza come può per tirare avanti. La sua nuova vita dura solo tre giorni perché il 26 gennaio, in seguito ad un incendio che distruggerà oltre 200 baracche, Becky – Amina morirà arsa viva. Il cerchio si chiude: dopo una fuga interminabile dalla miseria e dalla prostituzione questa giovane donna termina i suoi giorni nel modo più atroce “in un paese civile e democratico” che le ha negato il diritto non solo di esistere ma di vivere. All’interno di una struttura che porta ancora in bella vista l’insegna del Ministero degli Interni. Una morte terribile come terribile è lo scenario che si presenta agli occhi dei soccorritori: oltre duecento baracche bruciate, numerosi feriti, alcuni gravi…la notizia arriva a Riace come un terremoto. Domenico Lucano tra rabbia e sgomento urla ” di questa morte sono responsabili le istituzioni e i mercenari dell’accoglienza”. Lo trovo così, curvo sul suo tavolo a palazzo Pinnarò, sconvolto dal dolore. Vicino a lui Chantal, un’anziana donna del Camerun appena arrivata a Riace dopo quel maledetto rogo. E’ in imbarazzo Chantal, la Becky che hanno conosciuto a Riace non è la persona che ha incontrato lei a San Ferdinando. E Becky sapeva di non essere la stessa in quel posto infame così simile alle capanne da cui era sfuggita oltre tre anni prima. Amina era il suo nome per quel luogo e circostanza ma lei era e soprattutto voleva essere Becky. A Riace stava recuperando la gioia di vivere, lei, ragazza di ventisei anni con un vissuto da far impallidire chiunque. I suoi amici più stretti fanno fatica a parlare, verosimilmente non si fidano e poi hanno il terrore scritto negli occhi. Il ricordo di quella ragazzetta sorridente è ancora troppo vivo, pochi giorni prima era ancora lì, tra loro. Nel laboratorio di tessitura, uno dei tanti laboratori di Riace, ora ci lavora anche Chantal: sta cercando di imparare con l’aiuto di Rosy e Angela. Occhi chini, sguardo smarrito. A San Ferdinando viveva cucinando per le persone che vi risiedevano…la sua baracca è stata distrutta, si è salvata per miracolo. Domenico Lucano l’ha voluta lì, insieme ad altre quattro donne per darle una sistemazione, un lavoro, una nuova vita. Sulla storia di San Ferdinando e sulle ripetute sevizie subite dai suoi ospiti non starò qui a scrivere, molti l’hanno fatto e inascoltati, continueranno a farlo. Voglio invece parlare di Becky, di quella ragazzetta sorridente incontrata la scorsa estate a Riace. Seduta sulla terrazza del bar di Alessio, Becky rideva con le sue amiche, mi salutava anche se non ci conoscevamo perché a Riace, dopo un po’ ci si saluta tutti. Aveva l’età delle mie figlie e l’unico torto di essere nata nella parte sbagliata di mondo. Nonostante il suo coraggio, il suo interminabile viaggio della disperazione, ha concluso i suoi giorni in un posto infame su cui nessuno indaga veramente, di cui nessuno veramente si occupa. Ha ragione Lucano a rifiutare questa legalità, a gridare sempre più forte che l’umanità non ha scadenza e che non esiste legalità senza giustizia. La storia di Becky è già dimenticata, l’opinione pubblica è assuefatta a racconti di questo genere dove a morire sono immigrati, rifugiati, disperati dimenticando che ognuno di loro ha un nome, una storia, un viso. Liquefare le singole vite in un mare di luoghi comuni serve a non vedere il problema a non capirne i contorni…io i tuoi occhi, Becky, voglio ricordarli per sempre.

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