6 – 9 GIUGNO RIACE L’UTOPIA CONCRETA

L’ arrivo in Continente prevedeva la ricerca del modo più semplice per arrivare a Riace, ultima tappa di questo tour in solitudine. In macchina ci avrei messo circa 3 ore da Catania ma a piedi e con uno zaino pesante, non sembrava affatto facile. La Sicilia e la Calabria non sono ben collegate e non certo per assenza del Ponte di Messina, anzi. Se c’è una cosa efficiente è proprio il servizio di aliscafi e traghetti, mentre raggiungere un paese sullo Jonio venendo dal Tirreno, è decisamente problematico. Le mie amiche catanesi mi hanno aiutata non poco e grazie soprattutto a Traudel riesco a raggiungere Riace in un orario umano. Finalmente, dopo un viaggio di 10 ore, alle 18, arrivo sulla piazza di questo paesino arroccato sulle colline dello Jonio, collegato a Riace Marina da una strada tutta curve di oltre 7 km. Sul pullman eravamo più migranti che autoctoni e già la cosa mi è sembrata strana. In tutto questo tempo tra Catania, Mineo, Lampedusa, i migranti incontrati per strada, tra la gente, erano stati veramente pochi.

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Sono venuta sin qui perché avevo letto del ” Progetto Riace “per l’accoglienza dei migranti. Il sindaco, Domenico Lucano, è stato inserito tra le cinquanta persone  più influenti del mondo da Fortune e il suo paese, di poche anime all’origine, si sta trasformando nell’ombelico del mondo. Il progetto è molto semplice e nasce quasi per caso: nel 1998 a Riace ci fu uno sbarco di Curdi. Lucano che non era ancora sindaco allora, insieme ad altri compaesani e al parroco di Locri, si attiva per ospitarli. Erano stati colti impreparati, non avevano nulla di organizzato e avevano il problema imminente di trovare un rifugio per oltre 300 persone. “Eravamo angosciati” mi racconta Lucano “vivevamo in un paese semi abbandonato e avevamo così tanta gente per strada! La disperazione mi ha spinto a chiedere aiuto  a tutti i proprietari delle case vuote e abbandonate : molti vivevano in Argentina, erano  emigrati”. Corsi e ricorsi, penso. “Nel giro di poche ore avevo già a disposizione oltre 30 abitazioni! ” Ecco come nasce un’idea: da una sfortunata (o fortunata, dai punti di vista) coincidenza. L’incontro di un popolo in fuga accolto da chi la fuga l’aveva fatta molti anni prima. Qualche compaesano è rimasto lontano, qualcun’ altro è tornato, ex emigrati in Svizzera o in Germania che dopo una vita passata in fabbrica erano finalmente rientrati al loro paese. Sanno cosa significa vivere lontani da casa, ricordano bene le umiliazioni e le discriminazioni. Non è stato difficile convincerli. “Sono persone che sono state costrette a scappare” mi racconta Alessio, gestore del bar sulla piazza del municipio parlando dei nuovi migranti  “vivono tra noi senza alcun problema. Hanno rivitalizzato un paese che era destinato a morire. Qui, prima dell’arrivo dei migranti, non c’era più nulla: tutti i giovani erano partiti, c’erano solo anziani e non veniva nessuno…”. Ora invece le giovani famiglie stanno rientrando a Riace e sta crescendo una comunità multi etnica pacifica.

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Lucano mi chiarisce come il progetto si è sviluppato: “abbiamo iniziato a ristrutturare le case abbandonate con un prestito avuto da Banca Etica per la realizzazione di un Villaggio Solidale, finalizzato ad un turismo solidale” continua “e abbiamo stabilito un affitto simbolico per i proprietari: un euro al giorno. Le case erano a disposizione per chi volesse trascorrere del tempo a Riace e visitare le attività che la nostra associazione- CITTA’ FUTURA – stava organizzando”. Poi sono arrivati gli immigrati: Riace è diventato uno SPRAR, centro di Seconda Accoglienza e i posti a disposizione sono diventati 500. “I soldi che arrivano per gli immigrati sono veramente tanti: 35 euro al giorno per ognuno” dice. Lucano, con la sua giunta, li investe interamente per loro: vengono ristrutturate nuove abitazioni e ogni migrante ha diritto ad un alloggio, utenze incluse, corsi di italiano e ogni tipo di assistenza. Viene inoltre affidato  un budget pro capite di 250 euro al mese se si è da soli, si riduce di poco man mano che aumenta il numero dei membri di un nucleo familiare. E’  suddiviso in 75 euro (la legge prevede che venga dato all’immigrato 2,50 euro al giorno, appunto 75 euro mensili) e il rimanente in Bonus spendibili solo sul territorio di Riace.  Una sorta di moneta locale che favorisce l’economia del paese e permette di garantire agli immigrati   tutto il necessario per vivere. Non c’è stato bisogno di allestire locali ad hoc per l’accoglienza, mense e appalti di manutenzione: è il paese stesso lo SPRAR.

Collegamento a IMG_3783.JPG Con i 35 euro al giorno per ogni immigrato, Riace  copre tutte le spese: stipendi degli operatori, utenze, ristrutturazioni e manutenzione. Riesce  a garantire il sussidio anche a quegli immigrati che a causa di buchi nella legislazione sull’immigrazione, non hanno più alcun diritto. “Dalle nostre parti si dice che dove si mangia in 4 si mangia anche in 6” continua Lucano e la comunità sembra esserne consapevole. La gente di Riace è molto aperta, non ricorda affatto quel prototipo meridionale che la vede gente chiusa e riservata. Stanno bene, vivono tutti a continuo contatto con usi e abitudini diverse ma non sembrano esserne turbati, anzi. Camminare per i vicoli stretti di Riace è una sorpresa continua. C’è chi pulisce le strade, chi innaffia i fiori, il paese come la casa di tutti.

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L’associazione CITTA’ FUTURA ha dato il via a diversi laboratori artistici che danno lavoro a immigrati e riacesi: ogni laboratorio è infatti gestito da due persone: un migrante e un residente. Si producono manufatti in vetro, ceramica, legno, si lavora la ginestra, antica pratica di tessitura di quelle zone ed ora in disuso, si ricama al tombolo, si lavora l’uncinetto.

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Collegamento a IMG_3728Ogni operatore è stipendiato dal progetto e i fondi sull’emigrazione hanno reso possibile l’assunzione in regola di circa 100 persone. Non male, per un comune che stava  morendo. E’ molto interessante vedere il lavoro di intreccio tra salvaguardia delle antiche tradizioni locali e convivenza multi culturale: gli immigrati, assunti dalle associazioni, hanno anche ristrutturato l’antico sentiero delle portatrici d’acqua ed ora è una bella passeggiata fuori porta. L’hanno intitolato a Sara, una delle ultime portatrici del paese, prima che l’acqua arrivasse  nelle case. E l’acqua è quindi importante per i riacesi, molti ricordano ancora il disagio di esserne senza, soprattutto in estate. “L’acqua è un bene primario come l’aria” afferma il sindaco ” e deve essere gratuita per tutti. Conti alla mano ci siamo accorti che potevamo permettercelo . Anche la carta d’identità da noi è gratuita: perchè una persona per avere un documento che attesti la sua identità deve pagare? ” sorride. Già, penso io, vero. “Non è solo questione di soldi ma di giustizia sociale” incalza e non stento a crederlo. Ma non finisce qui. “L’IMU a Riace è zero perché anche la casa è un diritto” . Ma come si fa? I comuni non sono in deficit?  “Queste spese, nell’economia di una gestione comunale, incidono veramente poco. Faremo una sagra in meno, se dovesse essere necessario” continua a sorridere. Insomma questo sindaco mi sta conquistando. I ragionamenti filano come l’olio. Mi invita a vedere e a verificare i bilanci e mi affida a Cosimina, la sua preziosa assistente. Viene dall’Azione Cattolica e all’inizio neanche l’ha votato, quando nel 2004 si è presentato per la carica di sindaco. Nella sede dell’Associazione a Palazzo Pinnarò, un palazzo storico decisamente bisognoso di manutenzione primaria, Cosimina mi snocciola tutti i dati. Fuori dalla porta un cartello: “ORARIO di RICEVIMENTO OSPITI: SEMPRE” . Scritto in tre lingue, qualora non fosse chiaro. Lavora con Mimmo Lucano da oltre 10 anni e tra loro c’è un rapporto di assoluta fiducia. I principi di solidarietà e di giustizia sociale li accomunano, così a Riace, dove la tradizione locale sposa e si apre alle culture di tutto il mondo, un sindaco che viene da Autonomia Operaia sceglie come fidata assistente una donna che viene dall’Azione Cattolica. Un altro mondo è veramente possibile, penso alla fine di questa prima giornata riacese.

Mi hanno assegnato un’ abitazione destinata all’accoglienza: una casa ristrutturata con una bella cucina e una stanza da letto con almeno 4 posti. Il terrazzo si affaccia sulla fattoria didattica in costruzione, ricavata da un costone di montagna a ridosso delle prime case del paese. IMG_3766.JPG

Un panorama molto bello, tra le colline brulle della Calabria e il mare poco distante. Sono veramente troppo emozionata per dormire tranquilla e così decido di uscire prestissimo. Fuori dalla porta  mi imbatto subito in un carretto trainato da un asinello.RIACE

“Sto facendo la raccolta differenziata” mi dice sorridendo il ragazzo di colore. Vive a Riace da diversi anni e non desidera proprio andarsene. Tutti lo salutano quando passa a svuotare i secchi di legno nei vicoli stretti del paese. In effetti, giusto gli asini possono arrivarci… “Anche la raccolta differenziata è completamente gestita dal comune di Riace” mi ricorderà il  sindaco più tardi ” non abbiamo dato nulla in appalto all’esterno e così abbiamo abbattuto pure la tassa sui rifiuti” e dato lavoro ai residenti aggiungo io, ormai assorbita a pieno dal Lucano – pensiero. Le associazioni esistenti, da quando Riace è diventato uno SPRAR,  sono 6 e si occupano tutte di accoglienza e inserimento degli immigrati. Due sono a Riace paese e 4 a Riace Marina. La prima, quella storica nata negli anni ’90 è appunto CITTA’ FUTURA che ospita anche i laboratori artistici. LOS MIGRANTES è l’altra che ho visitato dopo aver conosciuto Ali che vi lavora, un migrante afghano presente a Riace da oltre due anni. Si trova bene qui e al momento non pensa ad andarsene. Se lo farà, sarà per rientrare in patria, un domani. Mi accolgono con affabilità e Annamaria Tornese si mette subito a mia disposizione.

Mi sorprendo ancora una volta di come qui tutto sia così semplice. A Lampedusa, Catania, Mineo avere notizie sembrava quasi un reato da consumare di nascosto e sottovoce, tra mille difficoltà e ostacoli. Qui nessuno mi ha chiesto il tesserino, qui nessuno mostrava disagio per la mia curiosità… anzi: sembravano tutti ben lieti di raccontare e mostrare come si svolge la vita a Riace. “Oltre allo SPRAR” mi racconta Annamaria Tornese “abbiamo anche dei posti per la Prima Accoglienza che ci invia la Prefettura”. Questo significa che oltre ad ospitare debbono fare l’identificazione, raccogliere le impronte digitali, dare il Primo Soccorso, garantire le informazioni e l’assistenza dovuta, quello che si fa insomma negli Hotspot tipo Lampedusa. “Noi garantiamo tutto questo” dichiara senza esitazione “anche perché allo sbarco, gli immigrati sono ben assistiti e spesso arrivano da noi con tutte le informazioni indispensabili. Sanno come muoversi, cosa richiedere, quali sono i loro diritti.”

Insomma, sembra che la Regione Calabria e  le varie associazioni accreditate riescano a svolgere un buon  servizio   a differenza di quello che ho visto e sentito in Sicilia.  “Il nostro compito” continua A.M.Torrese “è di rispettare la legge e di farla rispettare. Assistiamo gli immigrati sempre, sino a che sono sul nostro territorio. Dobbiamo affrontare tutte le singole problematiche e trovare le soluzioni ma di fatto non posso dire di aver avuto grossi problemi o conflitti con i richiedenti asilo, almeno sino ad oggi”. Lo SPRAR di Riace accoglie anche minori, il cui numero su scala nazionale è in esponenziale aumento. “La legge è veramente molto severa: le strutture che ospitano i minori hanno un protocollo da seguire rigido. Debbono essere locati in ambienti preposti, dove non possono cucinare, devono avere un sostegno psicologico, devono poter studiare e imparare l’italiano” continua l’operatrice di LOS MIGRANTES. E la piccola Riace si è organizzata bene anche per questo. I locali sono stati ricavati da un palazzo e si trovano su una bella piazza nella parte bassa del paese con adiacente anche un campetto di calcio. Il sindaco me ne parla con commozione “La struttura è quasi per intero gestita da immigrati: il cuoco è eritreo, la manutenzione e la pulizia sono effettuate dagli immigrati inviati dalle associazioni del paese. C’è solo una ragazza di Riace,  che fa una sorta di sostegno ai ragazzi.” Mi invita a visitarlo, anzi ci tiene in maniera particolare… Ci tiene che la stampa sappia come vivono i ragazzi immigrati qui a Riace. Vuole che  pranzi con loro e prega Cosimina di accompagnarmi. Siamo però in pieno Ramadan e a pranzare quel giorno c’era solo un ospite. Vorrei conoscere le storie di questi piccoli eroi che hanno fatto un viaggio lunghissimo in piena solitudine per sfuggire chi alla fame, chi alle violenze… ma mi sento molto piccola di fronte a questi occhi che mi guardano circospetti e temo di non riuscire a trovare le parole giuste. In attesa che ci chiamino per mangiare cerco un contatto con loro, non si sottraggono ma da subito dichiarano tutti di non voler parlare di quello che è accaduto prima di arrivare a Riace. Inutile provarci. “Non ne parlano neanche tra di loro” mi dirà l’assistente “sono abituati a non fidarsi di nessuno”. Piccoli uomini cresciuti in fretta. Cosa sognano? Alcuni di diventare calciatori, altri degli informatici… giusto dai loro progetti riconosco il temperamento tipico dell’adolescenza: quel misto di incoscienza e fantasia che rende tutto possibile anche quando i presupposti sono a dir poco drammatici, almeno per noi occidentali, abituati decisamente bene, penso tra me e me.

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Ubu è l’unico che pranza con me, evidentemente non è musulmano. Il cuoco eritreo ci serve un menù  gustosissimo che Ubu consuma molto lentamente. Ma cosa si cucina in un ambiente multi etnico? Mi viene da chiedere. “Certamente mai la pasta! I ragazzi proprio non la vogliono. Sono abituati a mangiare riso, farro, miglio insomma il cereale allo stato naturale, senza strane trasformazioni” mi racconta l’assistente. In effetti la trasformazione del grano in fantasiose forme di pasta deve sembrare assai strana a questi ragazzi… “Per il resto ci pensa il nostro cuoco, facendo attenzione alle ristrettezze religiose”. “La sera, durante il Ramadan ” mi dice il cuoco “bisogna servire prima della cena un tè caldo che aiuta a predisporre l’organismo a ricevere il cibo e poi si può cenare”.  Come  una di loro, seduta a tavola con Ubu cerco di fare un po’ di conversazione. Parla inglese ma ho difficoltà a capirlo. La sua assistente mi dice che è un ragazzo molto intelligente, che apprende in fretta. Sembra non voler perdere tempo. “Giocando a pallone” continua l’assistente “si è fratturato una gamba e abbiamo dovuto ingessarla. Avrebbe dovuto togliere il gesso il 17 ma se l’è tolto da solo dopo 10 giorni. Voleva riprendere a giocare” Lo guardo sgomenta e lui mi rassicura: “Sto benissimo dice. Corro come prima ….”. La distanza fisica tra me e Ubu è di pochi centimetri ma io mi sento purtroppo veramente lontana nonostante i miei ripetuti e goffi tentativi di avvicinamento. Questo ragazzo schivo, dallo sguardo triste mi stava dando una lezione di vita che credo non scorderò mai. Saluto tutti mio malgrado. Io devo rientrare nella mia routine e loro tornare a giocare a pallone in attesa di spiccare il volo. Il mio ultimo pensiero va ad Alex Langer: sono certa che questo paese gli sarebbe piaciuto…

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