27 MAGGIO – 4 GIUGNO LAMPEDUSA PORTO M

LAMPEDUSAPRIMA.JPGGrazie a Anna di Salvo, amica di Eliana Rasera, riesco a trovare un posto economico a Lampedusa quando ormai avevo perso le speranze. L’associazione ASKAVUSA (che vuol dire “senza scarpe”) è a tutti gli effetti la mia chiave di accesso all’isola e ai suoi numerosi aspetti. Appena arrivo mi accoglie una coppia di isolani che mi accompagnano a casa. Lungo il tragitto mi mostrano le vie principali dell’isola e con malinconia mi dicono che “l’isola non è più come una volta.” “Un tempo eravamo una piccola comunità e tutti si aiutavano, si viveva con poco ma ci si stava bene” E ora? Chiedo perplessa. “Ognuno pensa per sé e a come fare soldi… “ concludono. La realtà di Lampedusa si presenta subito complessa e sento fortissimo il bisogno di fare chiarezza. Per fortuna la mattina del 28, presso Porto M i volontari di Askavusa ospitano una scolaresca di liceali romani. Hanno aperto le porte a quello che loro non amano chiamare museo ma luogo di testimonianza: una collezione ben articolata ed esposta di oggetti recuperati dalle barche dei migranti che negli anni si sono arenate a Lampedusa. Oggetti comuni, apparentemente banali trovano dignità in questa sede espositiva e parlano più di mille parole della storia e delle storie di queste persone. Abiti, scarpe, pacchetti di sigarette, bottiglie di acqua ancora piene… desolazione e tristezza. Il dolore arriva subito, come un pugno allo stomaco. Tanto dolore, per tutto quello che i proprietari di quegli oggetti hanno passato.

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Giacomo Sferlazzo espone ai ragazzi la storia delle migrazioni sull’isola partendo da quando, nel 1986 con la creazione del mercato unico europeo e l’abbattimento delle frontiere, l’Italia è costretta a fare la prima legge sui lavoratori extra comunitari. Nel 1990 -92 con la legge Martelli viene introdotto l’obbligo del visto e questo ha di fatto dato inizio al fenomeno migratorio clandestino con i vari sbarchi sull’isola. Il primo sbarco a Lampedusa è infatti datato 1992 ma solo nel 1995 con la 2a legge Turco- Napolitano e l’istituzione dei CTP gestiti dai volontari della Croce Rossa Italiana si comincerà a parlare di centri di accoglienza a Lampedusa. Venivano trasferiti entro le 48 ore e il numero medio annuo era di circa 1000 – 1500 presenze. Arriviamo al 2002 con la 3a legge sull’ immigrazione Bossi – Fini : Il centro viene ora gestito non più da volontari ma bensì da una struttura preposta, la Misericordie, e gli operatori vengono pagati 35 euro al giorno a migrante. In breve, nel centro che poteva ospitare 180 persone, si passa da 1500 persone all’anno, poi a 15000 e oggi 210.000. “Il business è evidente e le navi vanno direttamente in Tunisia a prelevare i migranti”dichiara Giacomo. “Quindi, -continua- l’immigrazione non è un fenomeno naturale ma una vera e propria operazione politica, militare ed economica. Il centro è indecente: minori che convivono con adulti, ci sono zecche, pulci, assenza di normali norme igieniche. A causa della sua posizione strategica, Lampedusa è sempre più militarizzata e vengono abusivamente installati radar ovunque che stanno provocando danni alla salute degli isolani e contro i quali l’amministrazione comunale non ha fatto e non fa nulla. Serve che la questioni migranti resti un’emergenza per poter autorizzare operazioni illecite di controllo militare per fini lontani dalle tematiche migratorie. Ecco spiegato in poche parole cosa è accaduto” conclude Giacomo Sferlazzo. Una spiegazione semplice ma abbastanza esaustiva che mi darà da riflettere. Nobel per la Pace ? Di quale pace andiamo parlando?Nel pomeriggio grazie alla disponibilità di alcuni isolani ho potuto fare il periplo dell’isola e con mio rammarico ho potuto verificare il proliferare di radar e postazioni militari.

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Il Centro di Accoglienza, non mi ha accolto, anzi, ancora una volta mi sono sentita fermamente respinta come giornalista. Isolato in un’ isola brulla come Lampedusa, senza alberi, l’ Hot spot è praticamente invisibile, bisogna andarci apposta, non lo si vede, neanche da lontano. Al di là delle sbarre e delle recinzioni intravedo strutture del tutto simili a quelle del CARA di Mineo e comunque sull’isola ci sono pochi, pochissimi segni della presenza di immigrati. “C’è un buco nella rete – mi raccontano gli isolani – dal quale scappano gli ospiti dell’ Hotspot che viene tollerato: le persone escono per un bagno al mare oppure per cercare di contattare i propri familiari lontani. Viene però chiuso durante la stagione turistica.” Non è bello far vedere persone tristi circolare in ciabatte e tute mentre ci sono i bagnanti… è la mia laconica considerazione.

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L’ Hotspot, essendo un centro di prima accoglienza preposto al controllo dell’identità dei migranti e al prelievo delle impronte digitali, dovrebbe ospitare le persone per un massimo di 72 ore, il tempo appunto dell’identificazione. Le strutture sono pensate per essere centri di smistamento, di transito e non di degenza. Dei veri e propri Pronto Soccorso dell’immigrazione. Non hanno al loro interno edifici preposti per garantire una quotidianità a lungo termine, un minimo di organizzazione sociale, la possibilità di cucinarsi o di essere autonomi. Sono punti di passaggio, smistamento per altre destinazioni. La media di attesa a Lampedusa è però di circa 4 mesi. Nato per ospitare 180 migranti oggi ne ospita fino a 1000 tra adulti e minori quando la legge prevede che i minori debbano essere ospitati in strutture diverse e distinte dagli adulti e che seguano un protocollo di cure e attenzioni particolare. Un Hotspot fuori legge insomma. Al momento, all’interno dell’ Hotspot ci sono 123 minori e 200 adulti.

Leggi anche :  http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/07/dallhotspot-di-lampedusa-ancora.html

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