6 – 9 GIUGNO RIACE L’UTOPIA CONCRETA

L’ arrivo in Continente prevedeva la ricerca del modo più semplice per arrivare a Riace, ultima tappa di questo tour in solitudine. In macchina ci avrei messo circa 3 ore da Catania ma a piedi e con uno zaino pesante, non sembrava affatto facile. La Sicilia e la Calabria non sono ben collegate e non certo per assenza del Ponte di Messina, anzi. Se c’è una cosa efficiente è proprio il servizio di aliscafi e traghetti, mentre raggiungere un paese sullo Jonio venendo dal Tirreno, è decisamente problematico. Le mie amiche catanesi mi hanno aiutata non poco e grazie soprattutto a Traudel riesco a raggiungere Riace in un orario umano. Finalmente, dopo un viaggio di 10 ore, alle 18, arrivo sulla piazza di questo paesino arroccato sulle colline dello Jonio, collegato a Riace Marina da una strada tutta curve di oltre 7 km. Sul pullman eravamo più migranti che autoctoni e già la cosa mi è sembrata strana. In tutto questo tempo tra Catania, Mineo, Lampedusa, i migranti incontrati per strada, tra la gente, erano stati veramente pochi.

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Sono venuta sin qui perché avevo letto del ” Progetto Riace “per l’accoglienza dei migranti. Il sindaco, Domenico Lucano, è stato inserito tra le cinquanta persone  più influenti del mondo da Fortune e il suo paese, di poche anime all’origine, si sta trasformando nell’ombelico del mondo. Il progetto è molto semplice e nasce quasi per caso: nel 1998 a Riace ci fu uno sbarco di Curdi. Lucano che non era ancora sindaco allora, insieme ad altri compaesani e al parroco di Locri, si attiva per ospitarli. Erano stati colti impreparati, non avevano nulla di organizzato e avevano il problema imminente di trovare un rifugio per oltre 300 persone. “Eravamo angosciati” mi racconta Lucano “vivevamo in un paese semi abbandonato e avevamo così tanta gente per strada! La disperazione mi ha spinto a chiedere aiuto  a tutti i proprietari delle case vuote e abbandonate : molti vivevano in Argentina, erano  emigrati”. Corsi e ricorsi, penso. “Nel giro di poche ore avevo già a disposizione oltre 30 abitazioni! ” Ecco come nasce un’idea: da una sfortunata (o fortunata, dai punti di vista) coincidenza. L’incontro di un popolo in fuga accolto da chi la fuga l’aveva fatta molti anni prima. Qualche compaesano è rimasto lontano, qualcun’ altro è tornato, ex emigrati in Svizzera o in Germania che dopo una vita passata in fabbrica erano finalmente rientrati al loro paese. Sanno cosa significa vivere lontani da casa, ricordano bene le umiliazioni e le discriminazioni. Non è stato difficile convincerli. “Sono persone che sono state costrette a scappare” mi racconta Alessio, gestore del bar sulla piazza del municipio parlando dei nuovi migranti  “vivono tra noi senza alcun problema. Hanno rivitalizzato un paese che era destinato a morire. Qui, prima dell’arrivo dei migranti, non c’era più nulla: tutti i giovani erano partiti, c’erano solo anziani e non veniva nessuno…”. Ora invece le giovani famiglie stanno rientrando a Riace e sta crescendo una comunità multi etnica pacifica.

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Lucano mi chiarisce come il progetto si è sviluppato: “abbiamo iniziato a ristrutturare le case abbandonate con un prestito avuto da Banca Etica per la realizzazione di un Villaggio Solidale, finalizzato ad un turismo solidale” continua “e abbiamo stabilito un affitto simbolico per i proprietari: un euro al giorno. Le case erano a disposizione per chi volesse trascorrere del tempo a Riace e visitare le attività che la nostra associazione- CITTA’ FUTURA – stava organizzando”. Poi sono arrivati gli immigrati: Riace è diventato uno SPRAR, centro di Seconda Accoglienza e i posti a disposizione sono diventati 500. “I soldi che arrivano per gli immigrati sono veramente tanti: 35 euro al giorno per ognuno” dice. Lucano, con la sua giunta, li investe interamente per loro: vengono ristrutturate nuove abitazioni e ogni migrante ha diritto ad un alloggio, utenze incluse, corsi di italiano e ogni tipo di assistenza. Viene inoltre affidato  un budget pro capite di 250 euro al mese se si è da soli, si riduce di poco man mano che aumenta il numero dei membri di un nucleo familiare. E’  suddiviso in 75 euro (la legge prevede che venga dato all’immigrato 2,50 euro al giorno, appunto 75 euro mensili) e il rimanente in Bonus spendibili solo sul territorio di Riace.  Una sorta di moneta locale che favorisce l’economia del paese e permette di garantire agli immigrati   tutto il necessario per vivere. Non c’è stato bisogno di allestire locali ad hoc per l’accoglienza, mense e appalti di manutenzione: è il paese stesso lo SPRAR.

Collegamento a IMG_3783.JPG Con i 35 euro al giorno per ogni immigrato, Riace  copre tutte le spese: stipendi degli operatori, utenze, ristrutturazioni e manutenzione. Riesce  a garantire il sussidio anche a quegli immigrati che a causa di buchi nella legislazione sull’immigrazione, non hanno più alcun diritto. “Dalle nostre parti si dice che dove si mangia in 4 si mangia anche in 6” continua Lucano e la comunità sembra esserne consapevole. La gente di Riace è molto aperta, non ricorda affatto quel prototipo meridionale che la vede gente chiusa e riservata. Stanno bene, vivono tutti a continuo contatto con usi e abitudini diverse ma non sembrano esserne turbati, anzi. Camminare per i vicoli stretti di Riace è una sorpresa continua. C’è chi pulisce le strade, chi innaffia i fiori, il paese come la casa di tutti.

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L’associazione CITTA’ FUTURA ha dato il via a diversi laboratori artistici che danno lavoro a immigrati e riacesi: ogni laboratorio è infatti gestito da due persone: un migrante e un residente. Si producono manufatti in vetro, ceramica, legno, si lavora la ginestra, antica pratica di tessitura di quelle zone ed ora in disuso, si ricama al tombolo, si lavora l’uncinetto.

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Collegamento a IMG_3728Ogni operatore è stipendiato dal progetto e i fondi sull’emigrazione hanno reso possibile l’assunzione in regola di circa 100 persone. Non male, per un comune che stava  morendo. E’ molto interessante vedere il lavoro di intreccio tra salvaguardia delle antiche tradizioni locali e convivenza multi culturale: gli immigrati, assunti dalle associazioni, hanno anche ristrutturato l’antico sentiero delle portatrici d’acqua ed ora è una bella passeggiata fuori porta. L’hanno intitolato a Sara, una delle ultime portatrici del paese, prima che l’acqua arrivasse  nelle case. E l’acqua è quindi importante per i riacesi, molti ricordano ancora il disagio di esserne senza, soprattutto in estate. “L’acqua è un bene primario come l’aria” afferma il sindaco ” e deve essere gratuita per tutti. Conti alla mano ci siamo accorti che potevamo permettercelo . Anche la carta d’identità da noi è gratuita: perchè una persona per avere un documento che attesti la sua identità deve pagare? ” sorride. Già, penso io, vero. “Non è solo questione di soldi ma di giustizia sociale” incalza e non stento a crederlo. Ma non finisce qui. “L’IMU a Riace è zero perché anche la casa è un diritto” . Ma come si fa? I comuni non sono in deficit?  “Queste spese, nell’economia di una gestione comunale, incidono veramente poco. Faremo una sagra in meno, se dovesse essere necessario” continua a sorridere. Insomma questo sindaco mi sta conquistando. I ragionamenti filano come l’olio. Mi invita a vedere e a verificare i bilanci e mi affida a Cosimina, la sua preziosa assistente. Viene dall’Azione Cattolica e all’inizio neanche l’ha votato, quando nel 2004 si è presentato per la carica di sindaco. Nella sede dell’Associazione a Palazzo Pinnarò, un palazzo storico decisamente bisognoso di manutenzione primaria, Cosimina mi snocciola tutti i dati. Fuori dalla porta un cartello: “ORARIO di RICEVIMENTO OSPITI: SEMPRE” . Scritto in tre lingue, qualora non fosse chiaro. Lavora con Mimmo Lucano da oltre 10 anni e tra loro c’è un rapporto di assoluta fiducia. I principi di solidarietà e di giustizia sociale li accomunano, così a Riace, dove la tradizione locale sposa e si apre alle culture di tutto il mondo, un sindaco che viene da Autonomia Operaia sceglie come fidata assistente una donna che viene dall’Azione Cattolica. Un altro mondo è veramente possibile, penso alla fine di questa prima giornata riacese.

Mi hanno assegnato un’ abitazione destinata all’accoglienza: una casa ristrutturata con una bella cucina e una stanza da letto con almeno 4 posti. Il terrazzo si affaccia sulla fattoria didattica in costruzione, ricavata da un costone di montagna a ridosso delle prime case del paese. IMG_3766.JPG

Un panorama molto bello, tra le colline brulle della Calabria e il mare poco distante. Sono veramente troppo emozionata per dormire tranquilla e così decido di uscire prestissimo. Fuori dalla porta  mi imbatto subito in un carretto trainato da un asinello.RIACE

“Sto facendo la raccolta differenziata” mi dice sorridendo il ragazzo di colore. Vive a Riace da diversi anni e non desidera proprio andarsene. Tutti lo salutano quando passa a svuotare i secchi di legno nei vicoli stretti del paese. In effetti, giusto gli asini possono arrivarci… “Anche la raccolta differenziata è completamente gestita dal comune di Riace” mi ricorderà il  sindaco più tardi ” non abbiamo dato nulla in appalto all’esterno e così abbiamo abbattuto pure la tassa sui rifiuti” e dato lavoro ai residenti aggiungo io, ormai assorbita a pieno dal Lucano – pensiero. Le associazioni esistenti, da quando Riace è diventato uno SPRAR,  sono 6 e si occupano tutte di accoglienza e inserimento degli immigrati. Due sono a Riace paese e 4 a Riace Marina. La prima, quella storica nata negli anni ’90 è appunto CITTA’ FUTURA che ospita anche i laboratori artistici. LOS MIGRANTES è l’altra che ho visitato dopo aver conosciuto Ali che vi lavora, un migrante afghano presente a Riace da oltre due anni. Si trova bene qui e al momento non pensa ad andarsene. Se lo farà, sarà per rientrare in patria, un domani. Mi accolgono con affabilità e Annamaria Tornese si mette subito a mia disposizione.

Mi sorprendo ancora una volta di come qui tutto sia così semplice. A Lampedusa, Catania, Mineo avere notizie sembrava quasi un reato da consumare di nascosto e sottovoce, tra mille difficoltà e ostacoli. Qui nessuno mi ha chiesto il tesserino, qui nessuno mostrava disagio per la mia curiosità… anzi: sembravano tutti ben lieti di raccontare e mostrare come si svolge la vita a Riace. “Oltre allo SPRAR” mi racconta Annamaria Tornese “abbiamo anche dei posti per la Prima Accoglienza che ci invia la Prefettura”. Questo significa che oltre ad ospitare debbono fare l’identificazione, raccogliere le impronte digitali, dare il Primo Soccorso, garantire le informazioni e l’assistenza dovuta, quello che si fa insomma negli Hotspot tipo Lampedusa. “Noi garantiamo tutto questo” dichiara senza esitazione “anche perché allo sbarco, gli immigrati sono ben assistiti e spesso arrivano da noi con tutte le informazioni indispensabili. Sanno come muoversi, cosa richiedere, quali sono i loro diritti.”

Insomma, sembra che la Regione Calabria e  le varie associazioni accreditate riescano a svolgere un buon  servizio   a differenza di quello che ho visto e sentito in Sicilia.  “Il nostro compito” continua A.M.Torrese “è di rispettare la legge e di farla rispettare. Assistiamo gli immigrati sempre, sino a che sono sul nostro territorio. Dobbiamo affrontare tutte le singole problematiche e trovare le soluzioni ma di fatto non posso dire di aver avuto grossi problemi o conflitti con i richiedenti asilo, almeno sino ad oggi”. Lo SPRAR di Riace accoglie anche minori, il cui numero su scala nazionale è in esponenziale aumento. “La legge è veramente molto severa: le strutture che ospitano i minori hanno un protocollo da seguire rigido. Debbono essere locati in ambienti preposti, dove non possono cucinare, devono avere un sostegno psicologico, devono poter studiare e imparare l’italiano” continua l’operatrice di LOS MIGRANTES. E la piccola Riace si è organizzata bene anche per questo. I locali sono stati ricavati da un palazzo e si trovano su una bella piazza nella parte bassa del paese con adiacente anche un campetto di calcio. Il sindaco me ne parla con commozione “La struttura è quasi per intero gestita da immigrati: il cuoco è eritreo, la manutenzione e la pulizia sono effettuate dagli immigrati inviati dalle associazioni del paese. C’è solo una ragazza di Riace,  che fa una sorta di sostegno ai ragazzi.” Mi invita a visitarlo, anzi ci tiene in maniera particolare… Ci tiene che la stampa sappia come vivono i ragazzi immigrati qui a Riace. Vuole che  pranzi con loro e prega Cosimina di accompagnarmi. Siamo però in pieno Ramadan e a pranzare quel giorno c’era solo un ospite. Vorrei conoscere le storie di questi piccoli eroi che hanno fatto un viaggio lunghissimo in piena solitudine per sfuggire chi alla fame, chi alle violenze… ma mi sento molto piccola di fronte a questi occhi che mi guardano circospetti e temo di non riuscire a trovare le parole giuste. In attesa che ci chiamino per mangiare cerco un contatto con loro, non si sottraggono ma da subito dichiarano tutti di non voler parlare di quello che è accaduto prima di arrivare a Riace. Inutile provarci. “Non ne parlano neanche tra di loro” mi dirà l’assistente “sono abituati a non fidarsi di nessuno”. Piccoli uomini cresciuti in fretta. Cosa sognano? Alcuni di diventare calciatori, altri degli informatici… giusto dai loro progetti riconosco il temperamento tipico dell’adolescenza: quel misto di incoscienza e fantasia che rende tutto possibile anche quando i presupposti sono a dir poco drammatici, almeno per noi occidentali, abituati decisamente bene, penso tra me e me.

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Ubu è l’unico che pranza con me, evidentemente non è musulmano. Il cuoco eritreo ci serve un menù  gustosissimo che Ubu consuma molto lentamente. Ma cosa si cucina in un ambiente multi etnico? Mi viene da chiedere. “Certamente mai la pasta! I ragazzi proprio non la vogliono. Sono abituati a mangiare riso, farro, miglio insomma il cereale allo stato naturale, senza strane trasformazioni” mi racconta l’assistente. In effetti la trasformazione del grano in fantasiose forme di pasta deve sembrare assai strana a questi ragazzi… “Per il resto ci pensa il nostro cuoco, facendo attenzione alle ristrettezze religiose”. “La sera, durante il Ramadan ” mi dice il cuoco “bisogna servire prima della cena un tè caldo che aiuta a predisporre l’organismo a ricevere il cibo e poi si può cenare”.  Come  una di loro, seduta a tavola con Ubu cerco di fare un po’ di conversazione. Parla inglese ma ho difficoltà a capirlo. La sua assistente mi dice che è un ragazzo molto intelligente, che apprende in fretta. Sembra non voler perdere tempo. “Giocando a pallone” continua l’assistente “si è fratturato una gamba e abbiamo dovuto ingessarla. Avrebbe dovuto togliere il gesso il 17 ma se l’è tolto da solo dopo 10 giorni. Voleva riprendere a giocare” Lo guardo sgomenta e lui mi rassicura: “Sto benissimo dice. Corro come prima ….”. La distanza fisica tra me e Ubu è di pochi centimetri ma io mi sento purtroppo veramente lontana nonostante i miei ripetuti e goffi tentativi di avvicinamento. Questo ragazzo schivo, dallo sguardo triste mi stava dando una lezione di vita che credo non scorderò mai. Saluto tutti mio malgrado. Io devo rientrare nella mia routine e loro tornare a giocare a pallone in attesa di spiccare il volo. Il mio ultimo pensiero va ad Alex Langer: sono certa che questo paese gli sarebbe piaciuto…

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ASKAVUSA

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E’ stata la mia ospite generosa, Francesca Del Volgo. Una Pasionaria. Una donna un po’ ruvida e chiusa ma concreta. Fatti e poche chiacchiere. Riesco a stare con lei solo poco prima della partenza e mi rimpiango di non aver forzato nei giorni scorsi per un incontro più lungo. Con i tempi contingentati riesco ad ascoltarla senza quasi perdere una parola. Fa parte di ASKAVUSA, un’associazione molto attiva sull’isola di cui ho percepito la presenza da subito. La chiusura dell’ Hotspot e la smilitarizzazione dell’ isola sono i loro obiettivi primari. Hanno avviato la campagna NO RADAR nel 2014 che ha portato al blocco di un ulteriore radar a Capoponente. “La situazione è abbastanza seria e complessa e quello che emerge da subito è che non è stata fatta alcuna mappatura delle fonti elettromagnetiche – continua Francesca – non è stata fatta alcuna valutazione della totalità delle radiazioni sull’isola, non viene richiesta alcuna autorizzazione al sindaco per le installazioni e non c’è alcuna valutazione d’impatto ambientale in un’ area per giunta che è dichiarata riserva naturale”. “ASKAVUSA ha richiesto inoltre nel 2014 una valutazione epidemiologica – continua – e dopo una visita da parte di una dottoressa mandata in ispezione non si è avuta più notizia nonostante avesse dichiarato di ritornare con una relazione entro marzo 2015. La dottoressa non risponde alle mail, al telefono.” “Nel registro tumori di Trapani nel 2014, Lampedusa risultava essere al 2° posto su scala nazionale per una forma particolare di tumore maschile alla tiroide, cosa al quanto sospetta vista la natura incontaminata dell’isola” incalza “e sempre nei registri ufficiali risulta che negli ultimi 3 anni sull’isola è aumentato il numero di malati di tumori.” conclude. Il dott. Bartolo ha invece dichiarato a me che l’incidenza tumorale è rimasta invariata negli ultimi 25 anni. Francesca ha dati e documenti che dimostrano quanto affermato e sarebbe ben lieta di confrontarli con quelli ufficiali se qualcuno fosse disposto ad incontrare lei e la sua associazione. E’ stata anche fatta richiesta per un tavolo tecnico tra uno Staff tecnico, Comune, Associazioni e Ammiraglio dello Stato maggiore ma al momento non hanno avuto risposta. L’ARPA ha però monitorato il ripetitore installato nel centro del paese e ha imposto la riduzione di potenza alle compagnie telefoniche ma il problema è che il ripetitore dovrebbe essere installato a 6 km dai centri abitati e non a ridosso di case, asili, uffici ma nessuno sembra averci pensato. Ecco questa è l’ultima intervista a poche ore dalla partenza… ciao Lampedusa isola senza pace. Riprendo l’aereo per il continente con tutti i colleghi accorsi per la visita di Mattarella…nessuno di loro ha la men che minima idea di dove realmente sia stato.

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L’ ARCHIVIO STORICO

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L’ Archivio Storico di Lampedusa si trova su Via Roma, la strada principale di Lampedusa, proprio di fronte al Museo Archeologico dell’isola che il presidente Mattarella ha inaugurato il 3 giugno. Lo gestisce con grande serietà e preparazione Nino Taranto instancabile architetto e appassionato della storia di Lampedusa. Suo il libro sulla storia dell’isola, sue tutte le iniziative culturali e storiche isolane. L’interno dei locali è tappezzato di foto e stampe d’epoca: intrattenersi con lui è un vero piacere e debbo dire che ne ho approfittato a piene mani. Le sue descrizioni mi hanno rapito e appena potevo mi rifugiavo da lui anche solo per due chiacchiere che non erano mai banali e per me utilissime. Debbo a lui una lettura dell’isola e degli isolani fuori dai canoni comuni e pur nella sua ruvida e spietata descrizione è riuscito a farmi amare anche i difetti di questo popolo ai confini con l’Africa. La  descrizione del Santuario ad esempio: un luogo antichissimo di culto cattolico e musulmano, a riprova della atavica e pacifica convivenza di popoli di diverse origini sull’isola. Decido perciò di sacrificare una giornata di mare per visitarlo. Sinceramente debbo dire che senza la spiegazione di Nino, su questa antica ritualità doppia, non avrei apprezzato questo luogo…  Nel giorno dell’arrivo del Presidente Mattarella, dei ministri Alfano e Franceschini, dopo aver corso da un luogo all’altro dell’isola dietro al codazzo di giornalisti venuti in massa per l’evento, mi rifugio da Nino e abbiamo registrato un’intervista. La sua storia inizia a Napoli dove è cresciuto da papà lampedusano e mamma napoletana. L’isola è sempre stata presente nella vita familiare e il papà avrebbe tanto voluto ritornarci da pensionato. Lui non c’è riuscito ma Nino invece sì. All’inizio aveva avviato un pub nei locali dell’attuale sede dell’Archivio e poi ha deciso investire tutto il suo tempo e il suo denaro nella realizzazione di questo progetto che certamente sentiva più suo e affine ai suoi interessi. Anno dopo anno ha accumulato documenti, testimonianze, ricerche storiche e materiale fotografico dal valore inestimabile. Una passione ostentata senza alcun pudore ma con grande garbo. Fa bene passare da Nino per fare quattro chiacchiere…. aiuta a ricostruire una storia che sembra ormai dimenticata e quelle immagini di bimbi scalzi tra le barche dei pescatori che tanto urtano gli isolani di oggi, aiutano a capire la natura di quest’isola che ancora attraverso il suo mare meraviglioso si presenta selvaggia e incontaminata… ma che invece i suo abitanti vogliono dimenticare in fretta. Parlare della Lampedusa di oggi è quasi inevitabile e il rammarico per un identità che si va perdendo trapela ad ogni affermazione. “Nessuno di noi può dire di essere nato a Lampedusa” dichiara “Solo qualche immigrata partorisce qui”. L’assenza di identità si vede anche da queste cose… da cosa viene scritto sul certificato di nascita. “Una donna di Lampedusa va a Palermo e deve mettere in conto le spese che questo comporta. Ogni lampedusano da sempre vive e economizza per le emergenze sanitarie perché curarsi qui è un lusso, che non tutti possono permettersi”, conclude Nino Taranto.

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Anche lui si è trovato in una situazione di emergenza sanitaria e solo grazie ad una fortunata coincidenza ha potuto salvare la vista, ma purtroppo non è sempre così. “La percezione è che Lampedusa sia diventata altro dai lampedusani” conclude “a nessuno interessa la realtà quotidiana dell’isola, ma l’immagine che si vuole dare che è ben lontana da noi e dalla nostra realtà quotidiana “. Nino ospita spesso i ragazzi dell’ Hotspot, li aiuta nelle cose pratiche, li ascolta. L’ Hotspot dovrebbe essere sempre chiuso e gli ospiti non sono autorizzati ad uscire ma del resto l’isola è come un carcere a cielo aperto… l’importante è che la presenza di queste persone di colore non turbi troppo la vacanza dei ricchi ospiti paganti. “Occhio non vede cuore non duole”. Questa è la situazione a Lampedusa. Saluto Nino con un po’ di nostalgia e lui mi dice che è certo che tornerò perché “quando scopri Lampedusa non puoi non amarla”…. nonostante tutto, aggiungo io, a qualche giorno di distanza da quell’arrivederci.

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Nino Taranto e l’Archivio Storico di Lampedusa sono il punto di partenza e di arrivo per chi vuole conoscere e scoprire l’identità culturale di quest’isola, fuori dai riflettori e dalle immagini massmediatiche.

FRANCESCO TUCCIO

Lo conosco grazie allo staff di Don Ciotti.  Ogni anno fornisce loro i bastoni di legno per la staffetta e anche qualche croce ricordo, ricavate tutti dal legno delle barche abbandonate dai migranti. La sua storia suona antica anche se è più giovane di me.

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Anche lui descrive una Lampedusa dedita alla pesca e alla trasformazione del pesce. Ricordi di bambino…Gli uomini in mare, le donne nelle numerose fabbriche di trasformazione. Ha un po’ di rimpianto Francesco quando lo racconta. Suo papà era maestro d’ascia e fabbricava le barche e il lavoro allora non mancava mai ma ciò nonostante è cresciuto all’insegna della parsimonia e della semplicità. Racconta della nascita della sua fede trovata dopo un periodo di malessere interiore ingiustificato, che non sapeva spiegarsi e del suo bisogno di aiutare queste anime perse per i mari del mondo.

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Non pensa di essere un eroe né che lo siano i suoi compaesani. La dignità del suo esporre abbraccia le croci di tutti i credo e con umiltà si offre, lui come molti, ad aiutare i più disperati. Costruisce croci e si può facilmente dire che le porta tutte addosso. Una persona semplice ma decisamente consapevole dell’unicità della sua isola e dei rischi che questa posizione riveste: non siamo eroi – dice – siamo uomini e donne che non avremmo mai potuto fare diversamente , riferendosi all’aiuto prestato agli immigrati sbarcati sull’isola. In effetti è così. Nessuno avrebbe mai abbandonato quelle persone…. Tuccio ama Lampedusa e il suo mare. Ogni mattina prima di iniziare il suo lavoro di falegname va a prendere il caffè al bar del Porto. “Una passiata molo molo” tanto per iniziare bene la giornata. Se non lo fa gli manca l’aria. Io lo capisco. Ora più di prima: la dimensione isolana vista dal continente sembra limitata, troppo angusta. Da questa parte invece assume i contorni di un enorme privilegio: quello di vedere il mare da ogni punto cardinale… senza doversi allontanare troppo, basta alzare lo sguardo e il mare è sempre vicino a te.

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DOTT. BARTOLO

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Arriva Giugno e neanche me ne accorgo. Tra 4 giorni riparto. Il mare l’ho visto spesso ma non l’ho ancora vissuto. Prima di partire mi riprometto di dedicargli un po’ di attenzione ma nel frattempo decido di andare al poliambulatorio e cercare di intervistare il dott. Bartolo, diventato ormai famoso a causa della foto con la bimba salvata di 9 mesi senza mamma. Mi riceve subito tra mille impegni e in effetti la sua vita è abbastanza movimentata…. coordinare un presidio ospedaliero su un’isola non è facilissimo, bisogna riconoscerglielo. Eppure resta convinto che le cose così vadano bene, che l’isola non ha bisogno di altro e che eventualmente un servizio ricovero non sarebbe di gran qualità dato che gli interventi sono di fatto irrisori e quindi l’esperienza dei medici insoddisfacente. In altre parole mi dice che anche ammesso che si impiantasse un reparto sull’isola il servizio sarebbe scadente. Meglio di niente, mi vien da pensare. Soprattutto per quelli che non possono permettersi trasferte onerose in continente e lunga degenza. Ma da questo punto di vista resta fermo, anzi. Sostiene che il servizio che offrono è comunque di ottima qualità e che non serve altro. L’Hot spot? Tutto bene. Igiene, efficienza e pulizia. La promiscuità minori – adulti? Irrilevante. Gli edifici sono separati. Si incontrano solo nel cortile… peccato che la Convenzione di Dublino stabilisca l’assoluto divieto di commistione tra minori e adulti. I medici lavorano bene, non servono ulteriori assunzioni e non c’è alcuna emergenza sanitaria. Questo dice ai miei microfoni il dott. Bartolo. In realtà apprendo successivamente che i medici della MISERICORDIE (l’ente che gestisce l’hotspot di Lampedusa) non hanno giorni di riposo e che tutti i medici assunti dall’ Hotspot devono per contratto firmare una dichiarazione in cui si impegnano a non parlare con la stampa. Ma se non hanno nulla da nascondere, perché tanto mistero? Se funziona tutto così bene perché ci impediscono di entrare?

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DON CIOTTI 29 – 30 MAGGIO

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In tarda mattinata, passeggiando per l’isola ho la fortuna di incontrare Don Ciotti che sapevo essere in visita a Lampedusa. Lo trovo all’interno di un edificio abbastanza cadente e mal messo e che avevo visto sempre chiuso: la biblioteca AUTOGESTITA dei bambini. Sono accolta con calore, soprattutto da Don Ciotti che mi invita a restare e poi a pranzare insieme a lui e al suo staff. E’ stato un momento molto intenso per me perché Don Ciotti è una persona veramente speciale che accoglie e si fa accogliere con genuina spontaneità nonostante le sue 4 guardie del corpo che lo seguono ovunque. Aveva dedicato il suo arrivo ai giovani e la mattinata si concludeva proprio nella biblioteca. E’ una realtà alquanto anomala perchè nasce dall’iniziativa di alcuni insegnanti ma soprattutto è sostenuta dalla dedizione dei bambini che si inventano catalogatori, archivisti e danno vita e vivacità a queste mura abbastanza scrostate. La sindaco è da oltre due anni invitata a visitarla e non è ancora andata a vederla, non ha ancora risposto alla richiesta di assunzione dei locali e quindi gli isolani sono di fatto degli abusivi… e si auto organizzano. Un’occupazione tollerata e ignorata.

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Sono circa 50 i volontari che ruotano intorno a questa gestione e hanno raggiunto 1440 prestiti in due anni di sofferta apertura. Ogni anno, in concomitanza dell’anniversario della Convenzione dei Diritti del Bambino, l’associazione IBBLY propone una settimana di incontri e iniziative sulla lettura, molto seguita dai ragazzi di Lampedusa. E’ molto bello vedere come i bimbi lampedusani siano attivi in questo progetto e la biblioteca è realmente un punto d’incontro anche perchè sull’isola non ci sono molte iniziative per i ragazzi: non c’è un cinema, un teatro, dei laboratori… i giovani sono fortemente demotivati e purtroppo il fenomeno tossicodipendenze comincia ad essere un problema serio tra gli adolescenti lampedusani. La droga invece è alla portata di tutti : arriva molto facilmente e direttamente dalla Tunisia, stipata nei pescherecci e nelle pance dei pesci e non trova praticamente ostacoli.

Nel pomeriggio era previsto un incontro tra la cittadinanza e Don Ciotti, presso la cattedrale. Già dalla mattina il Don aveva notato l’assenza di isolani e di diffusione dell’evento. Io lo avevo captato non so neanche più come e quindi non mi sono sorpresa a scoprimi sola tra poche decine di turisti. Ha presentato l’evento Paola De Rosa avvocatessa di Lampedusa impegnata nel Forum Lampedusa Solidale costituito da un insieme di associazioni locali che vorrebbero sostituire l’Hotspot con un ospedale del Mediterraneo denominato MARE OMNIUM , il cui progetto è stato già realizzato da un’ architetto donna di Venezia che l’ha presentato all’esame di laurea. L’idea è quella di un punto di riferimento e sostegno per i popoli del Mediterraneo e un potenziamento della struttura sanitaria anche per gli isolani che ad oggi non hanno sale operatorie, sale parto, possibilità di degenza e assistenza specifica. L’isola di Lampedusa come culla del Mediterraneo e non come luogo di segregazione bensì d’inclusione. L’incontro è stato molto caloroso e Don Ciotti ha ribadito che l’emergenza immigrati è in realtà un problema politico, che la politica di fatto non sembra volere trovare una soluzione a questi drammi umani. Le sue parole chiare e inequivocabili commuovono tutti e addolorano più di uno schiaffo. Il suo impegno contro la mafia, contro tutte le mafie si è concretizzato in 1600 associazioni in tutto il mondo e con la sua testimonianza incoraggia a non essere indifferenti ma ad agire. “Basta commuoversi…bisogna muoversi!” incalza. Una persona veramente speciale, Don Ciotti, ha saputo con il suo discorso creare un’atmosfera di partecipazione intensa e alla fine ognuno di noi sentiva il bisogno di raccontarsi e di ascoltare le storie altrui. Don Ciotti ci chiedeva di parlare, ci incoraggiava perché “quello che pensiamo e facciamo ha sempre un valore” e così è stato. Eravamo perfetti sconosciuti prima di sederci intorno a lui e alla fine ci scambiavamo indirizzi e recapiti per tenerci in contatto. Tra gli altri, all’incontro era presente anche Mila.

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E’ stato bello conoscerla: è arrivata a Lampedusa in bicicletta attraversando tutta l’Italia da sola all’età di 60 anni e percorrendo oltre 2200 km. La sua associazione biciterapia.it si occupa di disagio mentale e con questo viaggio ha voluto testimoniare la possibilità di superare i propri limiti con il sostegno di tutti ma soprattutto con il proprio coraggio. Una bella storia, insieme a tante altre ascoltate in quest’incontro un po’ mesto ma comunque significativo. Ci siamo dati appuntamento tutti il giorno dopo per la staffetta organizzata da Libera e dalla Guardia Forestale.

E così è stato.

Il testimone è un bastone di legno ricavato dalle barche dei migranti che viene passato di mano in mano ai ragazzi che vi partecipano. Un simbolo di dolore ma anche di comunione tra i popoli – dichiarano gli organizzatori – e Don Ciotti non si tira indietro e corre con i bambini di tutte le età. Cerco di parlare con Giusy Nicolini sindaco di Lampedusa ma sembra un’impresa impossibile: a me dice di non avere tempo, ai colleghi della televisione si concede volentieri. Peccato. Mi sarebbe piaciuto chiederle perché non è così benvoluta dagli isolani. Si sentono tutti abbandonati dalla sindaco e alcuni si spingono ben oltre nelle considerazioni. E pensare che ero venuta pensando di consacrarla a simbolo di un ‘isola che dovrebbe ricevere il Nobel della Pace.Impossibile anche pensarlo al momento: l’isola è un punto strategico militare con radar di avvistamento ovunque, e una presenza massiccia di militari: oltre 800 per circa 6000 abitanti. Il clima che si respira non è per nulla accogliente. Anzi.

I residenti sopportano uno stato di cose che non gli appartiene e che di fatto ha snaturato l’identità culturale dell’isola. I pescatori non pescano quasi più e preferiscono vivere di turismo. Le fabbriche di trasformazione del pesce praticamente inesistenti. Gli alberghi vivono grazie ai militari tutto l’anno e quindi non si lamentano. Girano più soldi, gli isolani si sono arricchiti ma per che cosa? E’ la domanda che mi fanno e che fanno a se stessi quando li intervisto. La maggior parte dichiara di non sentirsi più parte di una comunità…che la comunità non c’è più, che la gente è cambiata… ma il processo sembra irreversibile.

MEDITERRANEAN HOPE

La mattina del 29 vado in visita a Mediterranean Hope, un’organizzazione che nasce dai volontari della chiesa Valdese e che ho già incontrato a Scicli. Hanno un osservatorio a Lampedusa con 4 ragazzi che vi lavorano. Marta Bernardini, la responsabile, è molto giovane e molto preparata. Non sembra però affatto accogliente e nonostante che io potessi essere sua madre assume un atteggiamento molto distaccato. Sono abbastanza abituata ad essere trattata con scetticismo, soprattutto da quando mi occupo di immigrati ma qui a Lampedusa sembra che si esageri. Lo scollamento tra quello che si vuole fare apparire e quello che realmente è quest’isola, comincia ad essere sempre più stridente. “La chiesa Valdese -racconta Maria- si è fatta promotrice di un progetto unico, per ora in Europa, di un Corridoio Umanitario, che consiste nel dare a 1000 persone all’anno un visto d’ingresso, attraverso l’istituzione di due sedi, in Libano e in Marocco, per il controllo e la verifica dei requisiti. Finora sono giunti in Italia circa 250 famiglie e il progetto è finanziato con i fondi dell’ 8 per mille alla Chiesa Valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio che ha fornito anche l’ospitalità . I migranti arrivano in Italia in aereo evitando così tragiche traversate.” All’interno dell’hotspot di Lampedusa apprendo che sono accreditate 3 associazioni di volontari: SAVE THE CHILDREN, OIM e UNHCR che hanno funzione di controllo e supporto agli immigrati.

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27 MAGGIO – 4 GIUGNO LAMPEDUSA PORTO M

LAMPEDUSAPRIMA.JPGGrazie a Anna di Salvo, amica di Eliana Rasera, riesco a trovare un posto economico a Lampedusa quando ormai avevo perso le speranze. L’associazione ASKAVUSA (che vuol dire “senza scarpe”) è a tutti gli effetti la mia chiave di accesso all’isola e ai suoi numerosi aspetti. Appena arrivo mi accoglie una coppia di isolani che mi accompagnano a casa. Lungo il tragitto mi mostrano le vie principali dell’isola e con malinconia mi dicono che “l’isola non è più come una volta.” “Un tempo eravamo una piccola comunità e tutti si aiutavano, si viveva con poco ma ci si stava bene” E ora? Chiedo perplessa. “Ognuno pensa per sé e a come fare soldi… “ concludono. La realtà di Lampedusa si presenta subito complessa e sento fortissimo il bisogno di fare chiarezza. Per fortuna la mattina del 28, presso Porto M i volontari di Askavusa ospitano una scolaresca di liceali romani. Hanno aperto le porte a quello che loro non amano chiamare museo ma luogo di testimonianza: una collezione ben articolata ed esposta di oggetti recuperati dalle barche dei migranti che negli anni si sono arenate a Lampedusa. Oggetti comuni, apparentemente banali trovano dignità in questa sede espositiva e parlano più di mille parole della storia e delle storie di queste persone. Abiti, scarpe, pacchetti di sigarette, bottiglie di acqua ancora piene… desolazione e tristezza. Il dolore arriva subito, come un pugno allo stomaco. Tanto dolore, per tutto quello che i proprietari di quegli oggetti hanno passato.

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Giacomo Sferlazzo espone ai ragazzi la storia delle migrazioni sull’isola partendo da quando, nel 1986 con la creazione del mercato unico europeo e l’abbattimento delle frontiere, l’Italia è costretta a fare la prima legge sui lavoratori extra comunitari. Nel 1990 -92 con la legge Martelli viene introdotto l’obbligo del visto e questo ha di fatto dato inizio al fenomeno migratorio clandestino con i vari sbarchi sull’isola. Il primo sbarco a Lampedusa è infatti datato 1992 ma solo nel 1995 con la 2a legge Turco- Napolitano e l’istituzione dei CTP gestiti dai volontari della Croce Rossa Italiana si comincerà a parlare di centri di accoglienza a Lampedusa. Venivano trasferiti entro le 48 ore e il numero medio annuo era di circa 1000 – 1500 presenze. Arriviamo al 2002 con la 3a legge sull’ immigrazione Bossi – Fini : Il centro viene ora gestito non più da volontari ma bensì da una struttura preposta, la Misericordie, e gli operatori vengono pagati 35 euro al giorno a migrante. In breve, nel centro che poteva ospitare 180 persone, si passa da 1500 persone all’anno, poi a 15000 e oggi 210.000. “Il business è evidente e le navi vanno direttamente in Tunisia a prelevare i migranti”dichiara Giacomo. “Quindi, -continua- l’immigrazione non è un fenomeno naturale ma una vera e propria operazione politica, militare ed economica. Il centro è indecente: minori che convivono con adulti, ci sono zecche, pulci, assenza di normali norme igieniche. A causa della sua posizione strategica, Lampedusa è sempre più militarizzata e vengono abusivamente installati radar ovunque che stanno provocando danni alla salute degli isolani e contro i quali l’amministrazione comunale non ha fatto e non fa nulla. Serve che la questioni migranti resti un’emergenza per poter autorizzare operazioni illecite di controllo militare per fini lontani dalle tematiche migratorie. Ecco spiegato in poche parole cosa è accaduto” conclude Giacomo Sferlazzo. Una spiegazione semplice ma abbastanza esaustiva che mi darà da riflettere. Nobel per la Pace ? Di quale pace andiamo parlando?Nel pomeriggio grazie alla disponibilità di alcuni isolani ho potuto fare il periplo dell’isola e con mio rammarico ho potuto verificare il proliferare di radar e postazioni militari.

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Il Centro di Accoglienza, non mi ha accolto, anzi, ancora una volta mi sono sentita fermamente respinta come giornalista. Isolato in un’ isola brulla come Lampedusa, senza alberi, l’ Hot spot è praticamente invisibile, bisogna andarci apposta, non lo si vede, neanche da lontano. Al di là delle sbarre e delle recinzioni intravedo strutture del tutto simili a quelle del CARA di Mineo e comunque sull’isola ci sono pochi, pochissimi segni della presenza di immigrati. “C’è un buco nella rete – mi raccontano gli isolani – dal quale scappano gli ospiti dell’ Hotspot che viene tollerato: le persone escono per un bagno al mare oppure per cercare di contattare i propri familiari lontani. Viene però chiuso durante la stagione turistica.” Non è bello far vedere persone tristi circolare in ciabatte e tute mentre ci sono i bagnanti… è la mia laconica considerazione.

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L’ Hotspot, essendo un centro di prima accoglienza preposto al controllo dell’identità dei migranti e al prelievo delle impronte digitali, dovrebbe ospitare le persone per un massimo di 72 ore, il tempo appunto dell’identificazione. Le strutture sono pensate per essere centri di smistamento, di transito e non di degenza. Dei veri e propri Pronto Soccorso dell’immigrazione. Non hanno al loro interno edifici preposti per garantire una quotidianità a lungo termine, un minimo di organizzazione sociale, la possibilità di cucinarsi o di essere autonomi. Sono punti di passaggio, smistamento per altre destinazioni. La media di attesa a Lampedusa è però di circa 4 mesi. Nato per ospitare 180 migranti oggi ne ospita fino a 1000 tra adulti e minori quando la legge prevede che i minori debbano essere ospitati in strutture diverse e distinte dagli adulti e che seguano un protocollo di cure e attenzioni particolare. Un Hotspot fuori legge insomma. Al momento, all’interno dell’ Hotspot ci sono 123 minori e 200 adulti.

Leggi anche :  http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/07/dallhotspot-di-lampedusa-ancora.html

26 MAGGIO CARA di Mineo

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La Rete Anti Razzista monitora anche l’attività all’interno del CARA di Mineo che dista circa 1 ora di macchina da Catania. Partiamo da Catania alle 15 con Alfonso di Stefano e 2 giornaliste olandesi interessate al problema del caporalaggio. Il viaggio dura circa 1 ora e per raggiungere Mineo bisogna passare per Sigonella dove Alfonso ci indica le residenze dei militari americani: del tutto simili al Cara di Mineo, dice. Il caldo è atroce e ci attrezziamo come meglio possiamo ad una lunga attesa. Di cosa? Di poter parlare con qualcuno degli ospiti ad esempio. La cosa non è per niente semplice. C’è tanta paura in giro. Si parla di botte a chi rivolge la parola ai giornalisti… Lucia Borghi, una volontaria di Borderline Sicilia sta parlando con dei ragazzi di colore e al nostro arrivo ci fa cenno di aspettare. Poi ci dirà che sono appena arrivati e che sono terrorizzati. Hanno fatto un lungo viaggio e nel raccontarlo hanno pianto. Mi allontano da loro e provo ad avvicinarmi all’ingresso per fare delle foto e so già che devo evitare di fotografare i militari: non gradiscono, mi viene detto. E’ difficile fotografare un campo del genere senza militari dove tutto è recintato con il filo spinato, le persone hanno timore a parlare e a farsi fotografare e le camionette militari fanno ronda intorno alla strada principale. Ci provo e una camionetta puntualmente si ferma e viene a  sequestrarmi la macchina fotografica.

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Me la sono cavata con poco in verità, ma i momenti di tensione a cui i volontari, più di me, sono abituati, hanno messo tutti in pre allarme. Il tesserino mi ha salvata per la terza volta in due giorni. Scopro con piacere in questo clima surreale che esiste una realtà di genuina cooperazione che va ben oltre i riflettori dell’informazione ufficiale. Sono le associazioni di gente del posto, di persone che vivono l’immigrazione da sempre e che da sempre ci convivono tra mille difficoltà soprattutto burocratiche.

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Nomi pressochè sconosciuti come l’associazione Astra che si occupa di minori da 18 anni e che accoglie ragazzi di ogni parte del mondo e li aiuta a trovare una propria identità seppur con la consapevolezza che una volta maggiorenni avranno seri problemi d’integrazione, perché, in realtà, non esiste un progetto, un percorso da seguire e molto è lasciato al caso e al buon cuore delle persone. Giusi Scollo, giovanissima direttrice di Sette e mezzo, un giornale di Caltagirone, mi racconta di quanto da sempre la sua gente conviva con gli immigrati e che solo ora, con l’incremento esponenziale degli arrivi si cominci veramente a sentire il problema. “L’integrazione c’è sempre stata”, dice e mi invita a visitare il suo paese. Finalmente riesco a parlare con un ospite del CARA.

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Si chiama Simone, è giovanissimo  e viene dal Ghana da dove è scappato tre anni fa quando era poco più che un bambino. Al solo nominare il suo paese inizia ad agitarsi e dice con fermezza di essere grato all’Italia per averlo accolto. E’ al CARA da sei mesi e non sa quando andrà via da lì e per dove. La mamma è morta e il suo papà è in prigione. Non ha alcun motivo per desiderare di rientrare. In Libia è stato sequestrato e mi mostra le cicatrici  dei tagli che gli hanno fatto perché si è ribellato allo sfruttamento, altro fenomeno che tutti gli immigrati subiscono prima di riuscire ad imbarcarsi per l’Italia, “dopo tanto tanto tempo” dice. Si lascia fotografare e nel farlo provo un notevole disagio…. la comunicazione non è facile e vorrei che capisse quanto vorrei che quella foto possa servire a far capire alla gente che dietro il fenomeno immigrazione ci sono storie, volti, persone….dopo circa due ore sotto un sole cocente e un’insana attesa al di là di una doppia recinzione di filo spinato è giunto il momento di tornare… lasciamo queste case locate nel nulla più totale della campagna arida siciliana.

Il rientro a Catania è veloce e Alfonso e Lucia mi invitano a seguirli al capolinea dei pullman per il continente. Da lì molti immigrati, intorno alle 19, partono per diverse destinazioni e sono spesso oggetto di sfruttamento anche della mafia locale. Senza alcuna consapevolezza dei propri diritti e senza alcuna cognizione di costi, modalità e funzionamento delle cose anche più elementari, i migranti vengono tratti in inganno e si trovano a pagare costi proibitivi anche per un viaggio in pullman. La Rete Anti Razzista ha preparato delle semplici fotocopie che distribuiscono con estrema discrezione, in cui vengono elencati i costi dei singoli biglietti e le varie opzioni. Nel fare ciò, rischiano ogni volta di incappare in qualche mafioso locale con conseguenze imprevedibili. Nessuno però si preoccupa di fare informazione, prevenzione e sostegno, lo fanno solo loro e a proprie spese. E’ bene ricordare che tra gli obblighi dei Centri di Accoglienza c’è anche quello di informare i migranti su come è organizzata  la vita in Italia: come funziona il Sistema Sanitario, mezzi pubblici, costi e regole comportamentali. Sono previsti corsi di lingua italiana, un tesserino sanitario e il rilascio di un documento d’identità. Tutto questo deve essere garantito alla modica cifra di 35,00 al giorno per migrante accolto. Appunto. Qui però non sembra funzionare così.

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Ecco gli aggiornamenti di oggi:

http://www.ilsettemezzo.com/2017/02/13/cara-di-mineo-rinvio-a-giudizio-per-17-nella-lista-anche-castiglione-odevaine-aloisi-e-ragusa/

 

24 MAGGIO Sbarco a Catania

Si sapeva tramite Tam Tam che ci sarebbe stato uno sbarco. Alfonso di Stefano, della Rete Anti Razzista di Catania mi aveva avvisato. Un giorno tragico per gli sbarchi, ecco i numeri:

Ore 14 nave irlandese con 398 immigrati sub sahariani, nel frattempo ad Augusta ore 15 sbarco di 509 migranti, a Pozzallo ore 13, 400 migranti, e in mare deve decidere l’attracco la nave di Medici senza frontiere “DIGNITY” con oltre 1000 migranti.

L’informativa parte dalla Prefettura che avverte le varie associazioni accreditate (tipo Save the Children, Oxfam, Medici senza frontiere) e si diffonde a tutte le realtà interessate. Alcune associazioni non vengono accreditate per scelta della prefettura, altre preferiscono non richiedere loro l’accreditamento. L’ appuntamento era alle 11,45 al molo 8 del porto.

La nave giunge in porto invece alle 14 e si può vedere con chiarezza dove sono locati gli immigrati, per lo più donne e bambini: sul ponte della nave, riparati dal sole con un telo posticcio. In piedi, in silenzio attendono le lunghe operazioni di sbarco… donne orgogliose e bimbi silenziosi, provenienti dall’Africa Sub Sahariana. Donne bellissime nonostante il dolore dipinto negli occhi, bimbi accomodati come capita che si abbracciano, che mi mandano dei baci ad un mio cenno di solidarietà. Per la maggior parte non superano il sesto anno di età almeno in apparenza e molti, moltissimo sono piccolissimi, eppure nessuno di loro piange, nessuno di loro strilla. Veramente incredibile, sembra di essere all’interno di un film muto con solo la colonna sonora del traffico dei soccorritori  come sottofondo.  I marinai irlandesi sono in assetto da catastrofe nucleare: tute integrali bianche con nomi identificativi scritti a penna, testa, bocche, mani e piedi avvolti da protezione assoluta.

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L’ immagine è abbastanza inquietante: lo zoom si ferma sul  contrasto tra i colori della disperazione delle donne somale e il bianco asettico degli irlandesi, prodi soccorritori che le hanno salvate di notte al largo di Malta. Le operazioni di sbarco sono state molto lente e il caldo era veramente insopportabile. Ecco, un altro fermo immagine: Circa 400 persone in rigoroso silenzio aspettavano di scendere a terra. I bimbi non  piangono, le donne non parlano. Uno scenario irreale. Sul molo, oltre me, unica giornalista per la maggior parte del tempo, Andrea Bottazzi di Oxfam, Alfonso di Stefano dell’Associazione Anti Razzista di Catania e successivamente alcune volontarie di Medici senza Frontiere, Save the Children non c’era e la cosa mi sembra veramente strana: un’associazione accreditata che si occupa di diritti dei minori che non è presente allo sbarco di così tanti minori! Questo tra i volontari. Inoltre: celerini in assetto di guerra, polizia in borghese, Guardia di Finanza e ovviamente la Croce Rossa. Il clima è molto teso e non ne capisco le ragioni dato che tutto sembra svolgersi senza ostacoli e  nei miei confronti è da subito ostile. Ben due volte ho dovuto mostrare il tesserino, alla terza, a sbarco avvenuto, sono stata accompagnata all’ uscita da un’agente donna che mi ha presa sottobraccio. Incomprensibile l’atteggiamento da assetto di guerra, meno ancora il nervosismo nel vedermi svolgere il mio lavoro. “Sembra che vengano negati anche i diritti base come l’avere una scheda telefonica, 2,50 euro al giorno, un tesserino di identificazione che permette di avere l’assistenza sanitaria.” mi dice Alfonso di Stefano che da anni segue la questione immigrati qui a Catania. ” Come associazione abbiamo iniziato a seguire gli sbarchi portando materiale informativo nelle diverse lingue, dei dizionari, un decalogo sui diritti degli immigrati ma dopo un po’ ce lo hanno impedito” conclude. Gli immigrati che sbarcano a Catania vengono frequentemente portati al CARA DI MINEO dove in teoria fino a che non vengono dislocati altrove, sono ospiti e non reclusi. Il che significa che possono entrare ed uscire liberamente. Bisognerà andare a vedere.

 

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